Erotico o pornografico? Il sex toy finisce in tribunale

Venerdì, 3 febbraio 2012 - 13:53:00
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"E' un negozio dell'amore, non un sexy shop". Eros o pornografia? Il confine è labile e la questione "filosofica" esce dalla camera da letto per arrivare in tribunale. Saranno i giudici a doverla dirimere, divisi tra toghe e vibratori. Una sentenza che sancirà (o magari bloccherà) il debutto in società dei sex toy. Sulla questione si interrogano la Francia come l'Italia, entrambe alle prese con i segni di un profondo cambiamento culturale in corso. 

A scatenare il dibattito sono due associazioni familiari cattoliche che hanno presentato denuncia al Tribunal de Grande Instance di Parigi contro il negozio "1969", accusandolo di essere troppo vicino a una scuola. Secondo una legge francese del 2007, infatti, un negozio di "oggetti pornografici" non si può stabilire "a meno di 200 metri da un istituto scolastico". Ma voilà... i proprietari dell'esercizio commerciale ribattono prontamente: "La legge parla di pornografia, mentre noi siamo un negozio dell'amore e non un sexy shop". E aggiungono: "Noi non vendiamo supporti fotografici o video. E i sex toys che mettiamo in  vetrina non sono rappresentativi dell'anatomia umana. Oggi ci sono giocattoli del sesso in vendita su laredoute.fr (negozio di moda online, ndr) e gli anelli vibranti al Monoprix (catena di supermercati, ndr)!".  A sua volta l'avvocato difensore di "1969", Richard Malka, ritiene che questo caso sia legato essenzialmente a una questione religiosa: "Non c'è mai stata alcuna denuncia di un bambino o di un genitore, nessuna azione di polizia. Penso che questi giocattoli del sesso siano in primo luogo strumenti di emancipazione del piacere femminile. Una cosa difficile da accettare per i religiosi!". Un'argomentazione che non viene naturalmente accettata dalle associazioni cattoliche che hanno sollevato il problema, che ribadiscono di credere nella "sessualità vissuta all'interno della coppia eterosessuale e vissuta come dono di DIo". Vista la complessità del tema, di sicuro l'8 febbraio in tribunale ci saranno accese arringhe.

 

In Italia non sono infrequenti polemiche dei cittadini di fronte all'apertura di sexy shop e casi di amministrazioni comunali che la autorizzano solo in determinate  aree del territorio.  I negozi sono  tenuti a esibire all'ingresso solo abbigliamento, calzature, intimo, mentre video e oggettistica vengono esposti all'interno. Regole meno ferre rispetto a decenni fa, quando per le loro attività occorrevano tanti permessi, controlli, firme e abilitazioni. E si rischiava l'arresto per pornografia.

Poi è iniziata una lenta e rivoluzione culturale, che si è staccata dai sexy shop per entrare nei negozi e perfino nelle case. Oggi creme per massaggi erotici si trovano nelle farmacie, anelli del piacere si comprano al distributore sotto casa, programmi dedicati al sesso si guardano in tv. E, infine, ci si può ritrovare in taverna con le amiche per assistere a una vendita porta a porta di oggetti erotici (non pornografici?) come un tempo si faceva per il Folletto o le creme Avon. Prova di fuoco di questa rivoluzione culturale sarà il prossimo 24 febbraio, quando nelle sale cinematografiche italiane arriverà "Hysteria", l'eccitante invenzione del vibratore". Diretto da Tanya Wexler e basato su un fatto storico, il film ambientato nella Londra vittoriana racconta di come un medico curi malesseri femminili con la stimolazione manuale. Il numero di biglietti staccati al botteghino sarà a suo modo un termometro della rivoluzione in corso in Italia.

 

 

 



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