Dal G8 ai no Tav in Val di Susa. "Black Bloc? Il problema è politico"

Venerdì, 9 dicembre 2011 - 11:09:10
Black block

di Lorenzo Lamperti

Definizione di Black Bloc: una tattica che ha dato il nome ad un gruppo di individui, prevalentemente di stampo anarchico, dediti ad azioni di protesta spesso caratterizzate da atti vandalici, disordini e scontri con le forze dell'ordine. L'etimologia del termine deriva dall'unione delle parole inglesi bloc (indica una massa compatta di persone, a differenza di block che indica un blocco solido di materia inanimata o l'atto del bloccare) e black (che indica il colore nero, in questo caso "vestite di nero").

I Black Bloc sono il simbolo della rivolta del XXI secolo. Vengono identificati come gruppi violenti che senza un apparente motivo distruggono o incendiano cose. Nell'opinione comune sono i Black Bloc che hanno messo a ferro e fuoco Genova durante il G8 del luglio 2001. Sono sempre loro che, anche in questi giorni, provocano gli scontri in Val di Susa durante i cortei no Tav.

"Ancora una volta la Valle di Susa e' stata sfregiata da gruppi di estremisti che nulla hanno a che fare con la valle, la sua gente, i suoi interessi", ha dichiarato il sindaco di Torino Piero Fassino dopo gli scontri di giovedì 8 dicembre, che hanno portato al ferimento di qualche decina di persone nelle file dei contestatori.

C'è però qualcuno che non si accontenta delle definizioni e cerca di andare un po' più in profondità nella questione. Questo qualcuno ha un nome e un cognome, Carlo Baschmidt, ed è il regista del documentario Black Block, presentato al Festival del Cinema di Venezia 2011 ma non ancora uscito nelle sale. "E' molto difficile che il film esca, però lo sto portando in giro nelle città italiane per farlo conoscere", spiega il regista in un'intervista ad Affari.

 

Guarda il trailer del film

"Il Black Bloc è il soggetto che meglio risponde alle esigenze dei media. A giornali e televisioni serve di più il violento che danneggia banche e macchine rispetto ai contenuti delle proteste", spiega Baschmidt, architetto che si è formato al Renzo Piano Building Workshop. A proposito del G8 di Genova dice: "In questi anni è stato difficile portare fuori dalle aule del tribunale i risultati che sono emersi durante i processi".

E sui movimenti di protesta attuali: "Fare un film sul G8 non significa fare una ricostruzione storica, ma parlare di quello che succede oggi. Ora come allora il vero problema è la distanza tra politica e cittadinanza".

L'INTERVISTA

Come è nata la decisione di realizzare un film sul G8 di Genova?

"Ho partecipato a quel percorso che è stato il Genoa Social Forum, dove in un anno abbiamo costruito un qualcosa che si è poi concluso il G8 di Genova in un modo che nessuno avrebbe mai immaginato. Dopo l'incursione alla Diaz e le violenze nel carcere di Bolzaneto mi sono messo a disposizione e sono diventato il coordinatore del Genoa Legal Forum, in particolare per l'analisi e l'archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo a quelle giornate. Ho conosciuto tutte le parti offese che sono andate a processo, ho ascoltato tante storie personali e alla fine abbiamo deciso di dare voce a qualcuna di queste persone e raccontare il G8 dopo 10 anni".

Pensi che il G8 sia stato raccontato nella maniera sbagliata?

"Credo che i media abbiano spettacolarizzato l'evento e abbiano usato i Black bloc secondo le loro esigenze. Era il soggetto che più rispondeva al loro bisogno di trovare un simbolo di quello che stava accadendo. Il risultato è che si è parlato solo di quella parte di manifestanti che danneggiava banche e macchine e non invece dei contenuti delle proteste. Il mio documentario usa questo termine ma non racconto la violenza sulle cose. Parlo di una violenza ben più grave: quella sulle persone. Una violenza ben più grave e che ha lasciato dei segni profondi nelle vite di tante gente. Nel film abbiamo raccontato le storie di sette persone che hanno vissuto la Diaz o il Bolzaneto. Sono tutti stranieri e attraverso le loro esperienze capiamo come le loro vite siano cambiate e i traumi che hanno dovuto affrontare quando sono tornati a Genova per testimoniare ai processi". 

Alla situazione processuale legata al G8 è stata data la giusta importanza da parte dei media?

"Non c'è stata attenzione, solo la cronaca cittadina ha seguito i processi. La cronaca nazionale ne parlava ogni tanto magari quando c'era una sentenza. Ma in generale non c'è stata una comunicazione sugli elementi che emergevano durante le udienze. Il processo ha dato informazioni non solo sul G8 ma anche su un pezzo dello Stato italiano. Tra gli imputati c'erano molti manifestanti ma anche tante forze dell'ordine, era anche un problema politico. Abbiamo avuto molte difficoltà a fare controinformazione. Non si poteva entrare con televisioni e radio durante le sedute in Aula ma noi abbiamo provato comunque attraverso internet a raccontare cosa stava succedendo. Il film voleva essere qualcosa di più impegnativo, una restituzione di un vissuto di 10 anni e non solo una mera ricostruzione dei fatti".

Hai paura che il tuo film possa essere bollato come fazioso?

"No, perché è molto emozionale e supera la problematica ideologica. Non ho voluto giocare sulla contrapposizione delle parti. A Venezia è stato accolto bene ma ora è molto difficile farlo uscire in sala. Anche per questo sto girando molte città per proiettarlo, è l'unico modo per farlo conoscere. La cosa bella è che dopo la proiezione facciamo sempre un dibattito e mi serve molto anche per capire cosa ne pensano le generazioni più giovani che magari hanno vissuto il G8 solo in televisione".

Cos'hanno in comune i movimenti di protesta del G8 e quelli odierni, dall'Occupy Wall Street agli indignados fino ai no Tav?

"Sono due generazioni diverse, ma hanno in comune la voglia di voler occupare uno spazio fisico, pubblico, per portare l'esigenza di voler creare un mondo diverso. Parlare del G8 non significa fare una ricostruzione storica, ma parlare di una questione che è rimasta aperta ancora oggi. Come si diceva una volta, la politica è lontana dalle istanze della società civile. Lo era nel 2001, lo è ancora oggi. C'è uno scollamento totale con le persone che esprimono dissenso. Durante il G8 lo stacco è stato chiarissimo anche perché alle forze dell'ordine è stato delegato il compito, non loro, di intermediare politicamente con il movimento. Dopo il G8 non si è più creata una situazione così forte e così contrastata, ma non è detto che questo non possa accadere di nuovo".

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