Nicola Biondo, autore de Il Patto edito da Chiarelettere ad Affari: “Pubblicare i nomi degli agenti che indagavano sulla strage non aggiunge nulla alla notizia"
di Ulisse Spinnato Vega
"Dopo Mani pulite, un giorno bisognerà fare 'Penne pulite' e occuparsi del ruolo del giornalismo in questo Paese. Noi cronisti, e parlo in generale, possiamo dare un servizio alla collettività, ma possiamo anche fare un lavoro becero e depistante". Nicola Biondo è l'autore, con Sigfrido Ranucci, de 'Il Patto'. Nel volume, edito da Chiarelettere e uscito a fine gennaio, si parla per la prima volta dei due agenti della Criminalpol che arrivarono a Palermo, da Catania, poche ore dopo la strage di Via D'Amelio ed ebbero l'intuizione di perquisire il palazzo dei costruttori mafiosi Graziano. Una pista importante che è rimasta insabbiata per quasi 18 anni.
Il quotidiano La Stampa, con un pezzo a firma di Guido Ruotolo, ha ripreso pochi giorni fa la notizia senza citare la fonte dello scoop e soprattutto 'bruciando' i nomi dei due poliziotti. I magistrati della procura di Caltanissetta sono rimasti sconcertati e Biondo, raggiunto da Affaritaliani, rincara: "Io non me la prendo tanto per il plagio, ma è stato deontologicamente scorretto rivelare l'identità dei due agenti, non aggiunge nulla alla notizia. Non serve - spiega - piangere i magistrati morti se poi rompi le scatole a quelli vivi. Non è così che si onora la memoria di Falcone e Borsellino".
Il giornalista de l'Unità racconta la genesi dello scoop: "Io e Ranucci abbiamo fornito ai giudici nisseni le testimonianze di questi due poliziotti. Loro hanno detto a noi che erano a via D'Amelio poco dopo la strage. Ci hanno raccontato la storia del palazzo dei Graziano e ci hanno chiesto di verificare che fine avesse fatto il loro rapporto. Io e Sigfrido invece abbiamo deciso di andare dai magistrati di Caltanissetta riportando esattamente la testimonianza. I giudici hanno risposto: 'Ragazzi, grazie. Ora tocca a noi indagare'. E noi abbiamo mantenuto il silenzio. I giudici ci hanno dato il via libera per scrivere sul libro tutta la storia, ma non i nomi. Non aveva senso farlo".
Di quella perquisizione effettuata il 20 o il 21 luglio 1992 restano due foto che confermano il racconto dei agenti. Biondo considera con amarezza: "Mi fa specie che colleghi così esperti non avvertano la necessità di certe prudenze. Ciascuno può arrivare a uno scoop, ma di fronte a materie così delicate si fa un passo indietro e ci si rimette a chi può decidere, i magistrati". Poi spiega: "Da un anno e mezzo circa, i giudici siciliani stanno monitorando con attenzione come la stampa racconta le indagini ora che l'opinione pubblica è di nuovo attenta al tema del rapporto mafia-politica. E hanno notato che nella migliore delle ipotesi ci sono fughe di notizie e tentativi di raccontare le inchieste in modo distorto".
L'autore de 'Il Patto' prosegue: "Il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Nico Gozzo, me lo ha detto in modo diretto, anche se non si riferiva a nessuno in particolare: 'Ci sono giornalisti che pensano di pubblicare facendo un servizio ai lettori, invece aiutano chi la democrazia l'ha colpita a morte con le stragi e vuole continuare a colpirla'. Gozzo si riferiva a certe notizie propalate ad arte come verità assolute e che invece verità non sono". Per esempio? "Per esempio quella secondo cui Ciancimino e Spatuzza abbiano riconosciuto lo stesso agente dei servizi. Questo non è vero", afferma Biondo. E poi chiude: "I giudici si chiedono chi passi certe cose ai cronisti. Il procuratore Gozzo sostiene che se i giornalisti avessero il coraggio di dire chi soffia loro certe notizie, i magistrati capirebbero molte cose sulle stragi e su chi depista".



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