'ndrangheta, arrestati i familiari della pentita suicida
Il padre e il fratello della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, di Rosarno, suicidatasi ingerendo acido muriatico il 22 agosto del 2011, sono stati arrestati per maltrattamenti in famiglia e violenza o minaccia per costringerla a commettere un reato, cioè ritrattare le dichiarazioni rese all'autorità giudiziaria. Contestualmente sono stati eseguiti anche 11 provvedimenti di fermo emessi dalla Dda di Reggio Calabria contro presunti affiliati alla cosca Pesce.
Secondo l'accusa, dunque, i genitori della testimone, Michele Cacciola e Anna Rosa Lazzaro, ed il fratello avrebbero fatto pressioni su di lei, anche con l'uso della violenza per indurla a interrompere la collaborazione che aveva avviato nel maggio del 2011 con i magistrati della Dda di Reggio Calabria. La donna, che aveva 31 anni, infine si è suicidata nell'agosto scorso ingerendo acido muriatico. Il padre della donna, Michele Cacciola, è cognato del boss Gregorio Bellocco, capo dell'omonima cosca di 'ndrangheta di Rosarno. Il marito di Maria Concetta Cacciola, inoltre, è Salvatore Figliuzzi, attualmente detenuto per scontare una condanna ad otto anni di reclusione per associazione di tipo mafioso. Dopo avere iniziato a testimoniare, la donna era stata trasferita in una località protetta, dove era rimasta fino al 10 agosto, quando decise di tornare a Rosarno per riabbracciare i figli rimasti a casa dei nonni in attesa del perfezionamento delle pratiche per il loro trasferimento nella sede protetta. Pochi giorni dopo il suicidio.
Le dichiarazioni rese da Maria Concetta Cacciola, la testimone di giustizia che si è suicidata nell'agosto 2011 a Rosarno, hanno contribuito all'operazione che riguarda la cosca Pesce. Le indagini, finalizzate alla ricerca del latitante Giuseppe Pesce, indicato come l'attuale reggente della cosca, secondo l'accusa hanno consentito di individuare i nuovi soggetti a cui era stata affidata la direzione strategica ed operativa del clan, indebolito dalle numerose operazioni che l'hanno colpito.
Oltre alle dichiarazioni di Maria Concetta Cacciola, le indagini si sono basate su un "pizzino" scritto da Francesco Pesce, detto "testuni", arrestato il 9 agosto scorso, e sequestrato dagli investigatori, dalle dichiarazioni rese della collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce, figlia del boss Salvatore, e dalle intercettazioni tra gli indagati registrate nel corso delle indagini.
IN "PIZZINO" BOSS NUOVO ORGANIGRAMMA CLAN PESCE - E' stato un "pizzino", un biglietto scritto di suo pugno dal boss Francesco Pesce, 34 anni, detto "Testuni", dopo il suo arresto avvenuto il 9 agosto scorso, a consentire ai carabinieri di ricostruire il nuovo organigramma del clan pesce di Rosarno, uno dei piu' temuti e potenti della 'ndrangheta. Francesco Pesce aveva tentato di far filtrare dal carcere in cui era rinchiuso uno scritto con le sue disposizioni in merito alla reggenza della cosca in sua assenza, indicando le "investiture" al vertice dell'organizzazione criminale. Ma quel "pizzino", intercettato dagli inquirenti, unito alle dichiarazioni di Giuseppina Pesce, donna del clan da tempo collaboratrice di giustizia, e a quelle della testimone Maria Concetta Cacciola, ha consentito ai Carabinieri di ricostruire le nuove gerarchie della cosca e di colpire al cuore la 'ndrina, con gli undici fermi eseguiti stamane con l'operazione denominata "Califfo". I militari hanno eseguito due distinti provvedimenti adottati a seguito di indagini coordinate dalla Dda di Reggio Calabria e dalla Procura della Repubblica di Palmi, rispettivamente condotte dal Ros, dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Reggio Calabria e dalla Compagnia Carabinieri di Gioia Tauro con il Commissariato di Polizia dello stesso centro del reggino. Il provvedimento della Dda di Reggio Calabria dispone il fermo di colui il quale e' considerato il nuovo reggente della cosca Giuseppe Pesce (latitante dall'aprile 2010) e di 10 affiliati: Giuseppe Alviano; Giovanni Luca Berrica; Danilo D'Amico; Biagio Delmiro; Domenico Fortugno; Saverio Marafioti; Rocco Messina; Francescantonio Muzzupappa; Giuseppe Rao; Francesco Antonio Tocco. Per tutti, secondo quanto emerso, il boss arrestato aveva individuato compiti e ruoli. Le attivita' investigative condotte dai Carabinieri e coordinate dalla Dda reggina si fondano su molteplici elementi di prova convergenti, secondo le accuse, su un unica constatazione: la partecipazione di tutti gli indagati all'attivita' della cosca. La sera del 9 agosto 2011, Francesco Pesce fu catturato dopo un anno e mezzo di latitanza. Il giovane boss aveva trovato rifugio in un bunker costruito all'interno della "Demolsud" di Antonio Pronesti', arrestato in quel frangente per il reato di favoreggiamento personale aggravato. La sera dell'11 agosto, Pesce tento' di consegnare a un altro detenuto rosarnese un biglietto manoscritto che la Polizia Penitenziaria della casa Circondariale di Palmi riusci' a intercettare e sequestrare. Il testo del biglietto scritto dal giovane boss poteva essere ripartito in quattro sezioni corrispondenti ad altrettante direttive sulla gestione del gruppo criminale. Francesco Pesce, cosciente di dover scontare vari anni di regime detentivo, accreditava dal punto di vista criminale l'unico maschio libero della sua famiglia, il fratello Giuseppe, latitante, al quale cedeva il comando della cosca con una precisa indicazione in codice: "fiore per mio fratello", affiancandogli una 'ndrina di sei fidatissimi 'ndranghetisti tutti accomunati da legami parentali o storica amicizia col boss, identificati in Messina, Alviano (detto "u rospu"), Muzzupappa, Tocco, D'Amico e Daniele. Il boss disponeva, inoltre, l'assegnazione di somme di danaro e benefici a persone a lui vicine.



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