Cura italiana contro l'Alzheimer

Domenica, 15 marzo 2009 - 14:05:00




Secondo le stime della Alzheimer's Association, sono oltre venti milioni  i malati di Alzheimer che vivono  nel mondo. Per capire quanti sono i soggetti che, complessivamente, sono colpiti, o come malati o come parenti dei malati, da questa malattia così terribile e invalidante, dovete raddoppiare o triplicare questi numeri. Ora un progetto italiano, sviluppato dal Mario Negri institute fondation di New York , e dall'istituo Besta di Milano, apre una speranza per combattere questa terribile malattia. E' stata infatti identificata una forma mutata di beta proteina in grado di bloccare, per ora in vitro, la produzione delle amiloidi, placche che sono alla base del morbo.

A spiegare il processo è Mario Salmona, direttore del dipartimento di  Biochimica molecolare dell' istituto Mario Negri "Sostanzialmente, in un paziente con forma familiare di Alzheimer, si è scoperto che la malattia si sviluppava a solo negli omozigoti e non negli eterozigoti. Questa scoperta ci ha fatto capire come ci fosse una forma mutabile della malttia, e studiando i segmenti e le proteine alla base della mutazione abbiamo scoperto come si possa interrompere in vitro lo svulippo della malattia. Abbiamo costruito un "pezzetto" di gene, con la nuova mutazione, scoprendo che questo impediva la formazione delle amiloidi".

Una ricerca dunque sulla proteina alla base della mutazione, come spiega Fabrizio Tagliavini, direttore del Dipartimento di malattie Neurodegenerative dell'Istituto Besta  "Che ha identificato una forma mutata di beta-proteina la quale ha un comportamento sorprendente: si lega alla beta-proteina normale e blocca la formazione di amiloide e di conseguenza lo sviluppo dell'Alzheimer". Ma è possibile quindi creare un farmaco per combattere questa malattia, la scoperta scientifica può fare grandi passi in avanti in breve tempo?

La strada è molto lunga - prosegue il professor Salmona - e stiamo analizzando se sia  possibile costruire dei farmaci che in qualche modo riproducano la mutazione che impedisce la formazione delle amiloidi. Ripet, siamo ancora in fase di comprensione, per creare una buona cura farmacologica".

"I tempi sono lunghi, perché in questi modelli animali - precisa Tagliavini - le lesioni si sviluppano dopo molti mesi e occorre osservarli per oltre un anno prima di poterli utilizzare. Se tutto va bene, dovranno passare almeno cinque anni prima di poter avere un farmaco. Ma questo è già un inizio promettente per una malattia attualmente incurabile". Fin qui la ricerca è stata finanziata dal Ministero della Salute e dalla Fondazione Cariplo. Per gli sviluppi futuri sono già stati interessati anche il NIH (USA) e le autorità europee.

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