Meredith e l'ebete platea
Di Pasquale Della Torca
Ho letto stamattina, ancora buio, su un giornale di ieri una cronaca su Amanda e Raffaele. Ho letto delle preghiere rivolte a Dio da Amanda; mi sono commosso, ho riflettuto, poi, nelle letture di oggi c'era un salmo tratto dal libro del Profeta Giona. "Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha risposto; dal profondo degli inferi ho gridato e tu hai ascoltato la mia voce." Più avanti un verso dice: "Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore."
Quale angoscia e quale sentimento di sentir venir meno la vita può essere descritto senza provarne direttamente i morsi feroci. E, quindi, come è possibile che una platea avvezza a spettacoli insignificanti da prima serata, a un'etica da viveur di borgata, a giornate intere vissute senza esercitare la riflessione e invocare Dio per una misericordia a copertura dai tanti peccati quotidiani, possa suggere uno spettacolo carico di disperazione quale può essere una sentenza d'assise?
Quale stile doloroso del giudice potrà indurre gli spettatori e togliersi di bocca le patatine e i popcorn e deporre le bottigliette di birra al riparo da bambini vocianti, per riflettere su un stralcio di miseria umana? Quei ragazzi dei quali non sappiamo nulla come nulla si sa intorno alla loro innocenza o colpevolezza si faranno osservare da mandrie curiose e arrapate che,di sicuro, vedranno solo una specie di amplesso carico di una indicibile pèsantezza drammaturgica. Scompare l'essere o non essere? Per comparire la carne assetata di dolore dell'ebete platea. Resterà solo Dio a soffrire o gioire per Amanda e Raffaele, perché Lui è misericordioso e non abbandona i propri figli.


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