Ecco la verità di Piero Marrazzo

Martedì, 16 agosto 2011 - 09:00:00

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Piero Marrazzo
Piero Marrazzo si confessa, spiega e chiede scusa (oltre che alla famiglia) a coloro che con il loro voto lo avevano portato al vertice della Regione Lazio. Lo fa in una lunghissima intervista a Concita De Gregorio, che, dopo aver diretto per tre anni "l'Unità", è tornata a "la Repubblica", sulla cui edizione di Ferragosto è stata pubblicata. Una intervista, precisa la De Gregorio, che è iniziata a maggio (quando lei era ancora direttore del "l'Unità") nelle ore in cui arrivavano i risultati del primo turno delle elezioni amministrative che la videro assente al giornale (cosa che sconcertò e insospettì molti e che ora trova una spiegazione), e che si è conclusa pochi giorni fa al ritorno di Marrazzo dall'Armenia, dove è stato per realizzare un documentario per la Rai, dove è tornato a lavorare.

«Ho sbagliato. Ho fatto un errore. Di questo errore voglio chiedere scusa. Ho sbagliato, scusatemi», dice Marrazzo. E alla domanda della De Gragori, che, dandogli sempre del lei, gli chiede "di quale errore parla?", risponde:

«Un errore più grande di tutti questi. Una mia fragilità di fondo, un bisogno privato e così difficile da spiegare, una mia debolezza. Un uomo che assume un incarico pubblico non può avere debolezze. Le deve controllare. Per questo mi sono dimesso, per quanto fossi vittima di un reato come oggi quei rinvii a giudizio dicono. Vittima, non colpevole. Ma l'aspetto giudiziario è secondario: so di non aver commesso reati, di non aver violato alcuna legge. Umanamente però, nei confronti della mia famiglia, e politicamente, verso i miei elettori e la comunità che governavo, ho sbagliato. Così mi sono dimesso».

La giornalista obietta: "Ma lei  andato a far visita a una persona per motivi privati con l'auto di servizio..."

«È vero. È stata in molti anni la prima volta che è successo. Avevo sempre usato la mia macchina. Quel giorno ero confuso, stanco, ho avuto un impulso di andare lì subito. Un impulso, ecco un errore grave...Quel giorno non ho avuto l'energia di allestire un meccanismo complicato. Ero stanco, volevo andare lì e dimenticare il resto. Ho fatto parcheggiare lontano, ma certo questo non scusa. È stata la prima volta, e naturalmente l'ultima».

 Poi la conversazione entra nei dettagli (per i quali rinviamo alla lettura dell'intervista integrale), ma ci sono dei passi da segnalare: Marrazzo nega di far uso di droghe, anche se ammette qualche rara trasgressione in età giovanile e successivamente; nega che il transessuale con il quale si accompagna fosse "la sua fidanzata" e dice di aver fatto un intenso lavoro terapeutico in questi anni per capire le ragioni del suo comportamento. Poi però azzarda persino una spiegazione che vuol sembrare una giustificazione: «Una prostituta è molto rassicurante. È una presenza accogliente che non giudica. I transessuali sono donne all'ennesima potenza, esercitano una capacità di accudimento straordinaria. Mi sono avvicinato per questo a loro. È, tra i rapporti mercenari, la relazione più riposante. Mi scuso per quello che sto dicendo, ne avverto gli aspetti moralmente condannabili, ma è così. Un riposo. Avevo bisogno di suonare a quella porta, ogni tanto, e che quella porta si aprisse». Niente omosessualità, dunque.

Poi racconta come si svolse l'episodio del ricatto, la trappola che lo incastrò, sostenendo di essere stato lui a rivelarla, presentando una denuncia senza la quale non sarebbe venuto nulla alla luce dei suoi rapporti privati e dei soldi che gli sono costati (sui quali non dà spiegazioni convincenti).

Successivamente, stimolato dall'intervistatrice, parla della sua collocazione politica, delle sue aspirazioni, di amici che lo hanno abbandonato o sostenuto, e delle avances protettive venute da Berlusconi, che era entrato in possesso del video che lo svergognava, nudo nella stanza della trans: furono proprio le profferte di aiuto da parte del Cavaliere ad indurlo a denunciare tutto, comprendendo di essersi venuto a trovare in una posizione di estrema debolezza.

Infine Marrazzo racconta della sua situazione familiare, della conseguente separazione dalla moglie, cosa che per lui è motivo di tormento e che lo ha portato a chiedere ospitalità, con il consenso del cardinale Bertone, ai frati della basilica di Montecassino, dove si è chiuso in raccoglimento spirituale leggendo Sant'Agostino e Simenon.

E quando la De Gregorio gli chiede "Ma lei tornerebbe alla politica?" risponde: «So che molti lo temono, anche fra gli "amici". Ho conservato un rapporto straordinario con le persone, con la gente per strada. Mi chiedono sempre presidente, quando torna? Le persone comuni capiscono benissimo le vicende della vita, sanno distinguere, sanno giudicare e trarre le conseguenze. Sanno anche perdonare, se la colpa è una debolezza e non una frode ai loro danni. Ne sono sicuro, lo so perché lo vedo. La distanza di questa politica dalla vita reale è diventata il vero problema del paese. Hanno paura - tutti, nelle loro blindate stanze - di tutto ciò che è autentico, anche nell'errore... Detto questo, da uomo pubblico non ci si dimette... E' vero, ero ricattabile. Però vorrei che si ricordasse sempre che mi sono dimesso, che era una debolezza privata, che non ho fatto torto a nessuno se non alla mia famiglia. Che la corruzione era in chi avrebbe dovuto proteggerci e non credo alle "mele marce", non posso credere che nessuno vedesse e sapesse tra chi comandava quel nucleo criminale. Che gli interessi enormi che ho toccato sono ancora tutti lì, che le vicende umane sono state devastanti per molti e letali per alcuni. Ma io sono il figlio di Joe Marrazzo, mio padre lo voleva morto la mafia. Ho sbagliato e chiedo scusa, lo chiederei a lui prima che agli altri se fosse qui. Per il futuro vedremo, nessuno di noi può darselo da solo. Sconto il mio errore come è giusto. La vita è davanti».

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