Manager tradizionali e manager rampanti

Venerdì, 30 settembre 2011 - 14:50:21

I principali quotidiani di martedì 27 settembre hanno riportato la notizia che il signor Vittorio Maria De Stasio, ex amministratore delegato della “Barclays Italia” e già direttore generale della banca “Bipop Carire” è stato indagato dalla Procura della Repubblica di Catanzaro per “truffa, estorsione, concorso in associazione a delinquere e minacce”.

In particolare, secondo gli inquirenti, l’alto dirigente “avrebbe costretto due suoi dipendenti a concedere finanziamenti per 12 milioni di euro, collegati ad una presunta truffa ai danni dell’Unione Europea”.

Inoltre, sarebbe stato accertato che il De Stasio, da direttore generale della Bipop Carire, avrebbe consentito l’erogazione di ulteriori finanziamenti per 20 milioni, senza che i beneficiari ne avessero i requisiti.
In definitiva, fiumi di denaro fatti scorrere a gogò, con il sospetto di lauti corrispettivi a vantaggio del banchiere
Nell’attesa, ovviamente, di conoscere l’esito dei giudizi e le sentenze in merito ai reati addebitati, c’è intanto da osservare che non è il primo e, purtroppo, verosimilmente, non sarà l’ultimo di episodi del genere.

E però, suscita amarezza e stizza dover ancora una volta constatare come l’autore delle presunte, gravi irregolarità non sia un “dirigente bancario comune”, bensì un rampante, un enfant prodige (si fa per dire) del credito. Di quelli che, fra le caratteristiche personali, hanno l’abitudine e l’abilità di agire secondo la logica e la prospettiva del mordi e fuggi, del carpe diem, spostandosi, a distanza di brevi intervalli temporali, da un’azienda all’altra, cambiando casacca e incassando buonuscite.

Difatti, il De Stasio, imparentato, per via del matrimonio con una figlia, con noti imprenditori milanesi, avanti d’arrivare a Bipop e a Barclays, aveva esordito, quanto a iter lavorativo, al Banco Lariano, approdando quindi a trentotto o trentanove anni, in veste di dirigente, alla Banca di Roma, al seguito di Giorgio Brambilla, al vertice dello stesso istituto comasco, che nell’azienda di credito capitolina fu chiamato a  ricoprire l’incarico di direttore generale e, in una seconda  fase, di amministratore delegato.

Non c’è che dire, a parere dello scrivente, a prescindere dai costumi del mercato, sembra proprio il caso di guardare con una certa prudenza ai manager - anche se rampanti, protetti e apparentemente capaci - aventi prevalente vocazione o predisposizione mercenaria.

Un giusto spirito aziendale, il senso di appartenenza, in uno con la correttezza, l’onestà e la sana esperienza, fanno una differenza decisiva.
 
Rocco Boccadamo
 

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