Mafia/ Scalfaro e Ciampi ascoltati dai pm di Palermo
Le vicende che portarono alla sostituzione di Nicolo' Amato e al suo avvicendamento al vertice del Dap con Giuseppe Di Maggio sono state fra gli argomenti trattati dai pm palermitani nelle due audizioni di questa mattina con gli ex presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, ascoltati a Roma, a palazzo Giustiniani, una delle sedi del Senato.
I due testimoni, ascoltati l'uno come capo dello Stato, l'altro come presidente del Consiglio in carica nel 1993, hanno risposto a domande che hanno riguardato anche il 41 bis, le mancate proroghe e le revoche disposte per circa trecento boss e picciotti, detenuti col regime del carcere duro e tornati - proprio nel periodo delle stragi di Roma, Firenze e Milano di diciassette anni fa - a un sistema di detenzione ordinario, senza restrizioni particolari. In questo contesto si dimise Amato, allora capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, pure lui ascoltato nelle scorse settimane dai pm palermitani.
Le vicende della presunta trattativa fra Stato e mafia sono state affrontate con particolare riferimento alle dichiarazioni dell'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, che aveva detto che i mancati rinnovi erano stati una sua iniziativa personale, per eliminare il clima e le condizioni in cui era maturato la decisione dei boss di ricorrere alle stragi. Ciampi ha ricordato i contenuti di una sua recente intervista, in cui aveva evocato il timore che, nella notte del 28 luglio 1993, quella degli attentati contemporanei al Padiglione di arte contemporanea di Milano e alle basiliche di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro, a Roma, potesse scattare un colpo di Stato, anche perche' i telefoni di Palazzo Chigi rimasero del tutto isolati per alcune ore.
Il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, l'aggiunto Antonio Ingroia e il sostituto Nino Di Matteo sono stati impegnati, ieri, e lo saranno ancora per oggi, in altre audizioni, riguardanti funzionari del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e del Viminale, sempre con riferimento alle mancate proroghe del 41 bis. Secondo le tesi dell'accusa, infatti, Cosa nostra avrebbe ricattato lo Stato piazzando le autobomba anche al Nord: in cambio di un allentamento della tensione "militare" nel campo dell'ordine pubblico i capi delle cosche avrebbero ottenuto benefici per i mafiosi detenuti



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