Mafia/ Il racconto di Agnese, la vedova di Borsellino: "Il perdono? Solo se dicono la verità"
L'INTERVISTA Luciano Violante ad Affaritaliani: "Totò Riina ha mandato un messaggio a qualcuno..."
Diciassette anni dopo la morte di Paolo Borsellino e altrettanti di silenzio Agnese Borsellino, la moglie del magistrato ucciso nella strage in via D'Amelio, ha deciso di infrangere la regola che si era imposta, parlando di suo marito, del suo esempio, di quel 19 luglio 1992 e di chi ha dato la vita per proteggerlo. La vedova ha ricordato quei giorni in un'intervista a La Storia siamo noi, per una puntata dal titolo "57 giorni a Palermo. La scorta di Borsellino", in onda domani alle 23.30 su RaiDue.
Nell'intervista Agnese Borsellino racconta a distanza di tanti anni che il marito era sicuro che la sua morte avrebbe scosso le coscienze. "Due giorni prima che lui morisse mi ha detto: 'Io non vedrò i risultati del mio lavoro, li vedrete voi dopo la mia morte, perché la gente si ribellerà, si ribelleranno le coscienze degli uomini di buona volontà".
Parlando degli assassini che hanno ucciso suo marito, la signora Agnese ammette di essere pronta a perdonarli ma solo se avranno il coraggio di dire la verità, tutto quello che sanno. "Se mi dicono perché l'hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, perché se arrivi a una verità vera, io li perdono, devono avere il coraggio di dire chi glielo ha fatto fare, perché l'hanno fatto, se sono stati loro o altri, dirmi la verità, quello che sanno, con coraggio, con lo stesso coraggio con cui mio marito è andato a morire".
"Di fronte al coraggio io mi inchino - aggiunge - da buona cristiana dire perdono, ma a chi?, io perdono coloro che mi dicono la verità ed allora avrò il massimo rispetto verso di loro, perchè sono sicura che nella vita gli uomini si redimono, con il tempo, non tutti, ma alcuni si possono redimere è questo quello che mi ha insegnato mio marito".
IL 19 LUGLIO- Poi ricorda quel 19 luglio del 1992. "Era una giornata normale, mio marito si sentiva molto stanco, voleva accontentare me e i miei figli e fare una passeggiata a Villa Grazia, al mare. Alle 16.30 quando sono venuti gli altri sei uomini della scorta, è andato dalla sua mamma perché doveva accompagnarla dal medico. Ha baciato tutti, ha salutato tutti, come se stesse partendo. Lui aveva la borsa professionale, e da un po' di giorni non se ne distaccava mai. Allora mi è venuto un momento di rabbia, quando gli ho detto: 'Vengo con te'. E lui 'No, io ho fretta'; io: 'Non devo chiudere nemmeno la casa, chiudo il cancello e vengo con te'. Lui continuava a darmi le spalle e a camminare verso l'uscita del viale, allora ho detto: 'Con questa borsa che porti sempre con te sembri Giovanni Falcone'. Sono arrivata a dire queste ultime parole".
LA SCORTA- Agnese parla poi degli uomini della scorta. "Per me erano persone, come per mio marito che facevano parte della nostra famiglia e vivevano quasi in simbiosi con noi, condividevamo le loro ansie, i loro progetti. Un rapporto oltre che di umanità, di amicizia e di reciproca comprensione e rispetto".
SAPEVA DI DOVER MORIRE- Paolo Borsellino sapeva che la scorta non avrebbe potuto al cento per cento salvarlo da un attentato, che i primi a morire sarebbero stati proprio gli agenti, e per evitarlo "spesso usciva da solo, alla stessa ora, per andare a comprare le sigarette o il giornale". Agnese Borsellino ricorda gli «angeli» di Borsellino, massacrati insieme a lui nella strage di via D'Amelio. Paolo Borsellino sapeva, dice, che «quando avrebbero deciso di ucciderlo lo avrebbero fatto, come del resto è stato, con tecniche ultramoderne. Infatti mi diceva 'quando decideranno di uccidermi i primi a morire saranno lorò. Per evitare che ciò accadesse, spesso e alle stesse ore usciva da solo per comprare il giornale, le sigarette, quasi a mandare un messaggio per i suoi carnefici perchè lo uccidessero quando lui era solo per la strada e non quando si trovava con i suoi angeli custodi. Mio marito non si poteva rifiutare di farsi proteggere o di farsi accompagnare, le sue capacità finivano qui, non poteva fare altro per salvarli».
PROCURATORE GRASSO- Anche Pietro Grasso torna a parlare della strage di via D'Amelio dopo le recenti dichiarazioni di Totò Riina e dopo la riapertura dell'inchiesta sull'omicidio del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta. Rivelazioni da cui sono scaturite reazioni e commenti - da Nicola Mancino all'epoca ministro dell'Interno, al procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia - proprio nei giorni della marcia delle agende rosse e dell'anniversario della strage. "Pensare che si possa venire a un qualsiasi accordo con la mafia è fuori da qualsiasi considerazione" ha detto il procuratore nazionale antimafia Grasso a Palermo, a margine della deposizione di una corona di fiori in memoria di Boris Giuliano, ucciso dalla mafia il 21 luglio 1979. "La cosa terrificante - ha aggiunto Grasso - è che a Palermo si muore mentre si fa il proprio dovere. Quello di Boris Giuliano è stato l'inizio di una serie di morti terribili, con l'eliminazione fisica di tutti coloro che ostacolavano l'organizzazione mafiosa".
LE INDAGINI-Dopo più di due ore di discussione, l'ufficio di presidenza della commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia ha deciso di avviare un'inchiesta sulle stragi del '92-'93 alla luce dei nuovi fatti e delle acquisizioni recentemente emerse con particolare riferimento al possibile «patto» tra Stato e mafia. Relatore dell'inchiesta - secondo quanto si è appreso - dovrebbe essere lo stesso presidente della commissione, Beppe Pisanu (Pdl). Nei giorni scorsi erano stati il vicepresidente dell' Antimafia Fabio Granata (Pdl) e il capogruppo del Pd Laura Garavini a formalizzare la richiesta di avviare un'inchiesta e di attivare i poteri previsti nella legge istitutiva. La riunione per definire un primo calendario delle audizioni dovrebbe tenersi prima della pausa estiva. Orientativamente i primi ad essere ascoltati dovrebbero essere i magistrati che seguono le inchieste e cioè il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e il procuratore capo della Repubblica di Caltanissetta Sergio Lari
Granata definisce la decisione di avviare un'inchiesta sulle stragi del '92-'93 un «atto doveroso per dare un contributo di accertamento della verità in una vicenda che investe alla radice la credibilità delle istituzioni. Sono fiducioso - aggiunge - che la scelta del presidente Pisanu di assumere il ruolo di relatore esprima la volontà ferma di non fermarsi di fronte a nessun ostacolo o, peggio ancora, davanti a nessun 'altare istituzionalè ».


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