Mafia/ Il papello: ecco le richieste dei boss
Eccolo, dunque, il tanto atteso "papello". Finalmente il figlio di "Don" Vito Ciancimino lo ha condegnato ai pm. Un misero foglio di carta, dove in caratteri a stampatello sono stati stilati dodici punti di richieste. Sul foglio un solo errore: la parola "fragranza" al posto di flagranza. Un foglio che, al bar Caflish di Mondello, Massimo Ciancimino prese dalle mani del «messaggero», il medico mafioso Nino Cinà, per consegnarlo al padre.
Operazione eseguita alla presenza del famigerato «signor Franco», il mediatore dei servizi segreti ancora anonimo. Un semplice foglio di carta che ha tenuto in allerta per anni un esercito di investigatori. La caccia, infatti, è in atto da quando il pentito Giovanni Brusca ne rivelò l’esistenza per dar forza all’ipotesi (allora era tale) che fra Stato e mafia si fosse svolta una trattativa che aveva visto protagonisti da un lato il capo di Cosa nostra, attraverso i buoni uffici dell’ex sindaco Vito Ciancimino, dall’altro il generale Mario Mori. Non si sa ancora se il Reparto operazioni speciali dell’Arma abbia agito per iniziativa propria, o se in qualche modo abbia avuto una qualche sollecitazione e copertura politiche.
Il documento pervenuto alla magistratura palermitana è corredato da un post-it, con una annotazione attribuibile alla grafia di Vito Ciancimino che precisa: "Consegnata copia al col. dei CC Mori, del Ros". Dal momento che Mori, ma anche il colonnello De Donno, altro polo della trattativa, hanno sempre negato di aver mai ricevuto il «papello» di cui parlò Brusca, spetterà ai magistrati stabilire se il post-it sia certamente da mettere in relazione al foglio oppure a una qualsiasi altra «cosa» che Ciancimino abbia consegnato ai carabinieri.
LE RICHIESTE- E veniamo alle dodici richieste: tutte quasi completamente inaccettabili, tanto che lo stesso Vito Ciancimino, quando ne prese visione, commentò: "Le solite teste di minchia". Al primo punto la mafia chiedeva la revisione del maxiprocesso, appena chiuso in Cassazione con dodici condanne all’ergastolo, praticamente la cupola nella sua interezza. La mafia, perciò, chiedeva la defiscalizzazione della tassa sul carburante: un pallino, questo, più volte manifestato da diversi governi dell’Autonomia siciliana.
Ma il "papello" va oltre. Chiede la riforma dei pentiti, l’abolizione della legge Rognoni-La Torre (che regola il sequestro dei beni illeciti), l’abolizione del "decreto sui carcerati", così viene chiamato dall’anonimo estensore il "41 bis" che in quel momento era ancora un decreto, la libertà (anche attraverso il «carcere a casa») per i detenuti che hanno superato i 70 anni, la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara (oggi avvenuta senza alcun merito del «papello»), l’abolizione della censura tra i detenuti e i familiari, il trasferimento dei carcerati nelle strutture vicine alle proprie famiglie. Ma la richiesta più curiosa, certamente parto di una fervida mente politico-giudiziaria, riguarda l’ipotesi di una riforma che introducesse il principio dell’abolizione del reato di mafia (416 bis) e rendesse possibile gli arresti solo in "fragranza (testuale, ndr) di reato". In pratica la perfetta imitazione della "immunità parlamentare" allora non ancora abolita.
Il documento è stato recapitato alla Procura di Palermo dal legale di Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito - che collabora anche coi magistrati di Caltanissetta - lo ha recuperato in una cassetta di sicurezza all’estero e trasmesso all’avvocato per fax. Ma con il papello ai magistrati sono pervenuti altri documenti. Si tratterebbe di opinioni, attribuibili all’ex sindaco di Palermo, scritte e indirizzate ai destinatari delle richieste di Totò Riina. Un paio di pagine dove c’è di tutto, compreso un riferimento ad alcune affermazioni di Leonardo Sciascia. In una pagina, che Massimo Ciancimino definisce "allegato alla trattativa", risaltano i nomi di Rognoni e Mancino scritti per mano di don Vito.



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