Mafia/ Brusca conferma: trattativa si fermò dopo via D'Amelio

Mercoledì, 4 maggio 2011 - 07:30:00

"Berlusconi e dell'Utri come mandanti esterni delle stragi di mafia, lo ripeto e l'ho sempre detto, non c'entravano nulla". E' un passaggio della deposizione del pentito Giovanni Brusca chiamato a testimoniare oggi nell'aula bunker di Firenze nell'ambito del processo che vede imputato Francesco Tagliavia, il boss di Brancaccio accusato di aver partecipato all'organizzazione delle stragi mafiose del 1993 a Firenze, Roma e Milano.

"Riina mi disse che Marcello Dell'Utri e Vito Ciancimino gli volevano portare la Lega e un altro soggetto politico che non ricordo", ha detto Brusca sottolineando che l'uccisione dell'onorevole Salvo Lima il 20 marzo 1992 fu decisa perché il parlamentare democristiano "non si era messo a disposizione per il maxi processo". E' in quella fase lì che Riina, ha ricordato Brusca, cercò nuovi referenti politici.

Nella deposizione dell'ex boss è tornato poi alla ribalta il 'papello' con le richieste della cupola mafiosa per avviare una trattativa con lo Stato: "Finalmente si sono fatti sotto, gli ho consegnato un 'papello' con tutta una serie di richieste, come ad esempio i benefici per i carcerati". Disse il capo di Cosa nostra, Totò Riina a Brusca, nel luglio 1992, 15-20 giorni prima della strage di via D'Amelio a Palermo, dove morì il giudice Paolo Borsellino.

"Non l'ho visto ma sapevo quali erano le richieste", ha precisato Brusca. Alla domanda del presidente della Corte d'Assise d'Appello se Riina gli avesse fatto i nomi delle persone attraverso le quali il 'papello' era stato consegnato alle istituzioni dello Stato, il pentito ha risposto "Riina non mi disse il nome del tramite. Mi fece però il nome del committente finale: quello dell'allora ministro dell'Interno, onorevole Nicola Mancino".

Il pentito Brusca ha precisato che è "la prima volta che in dibattimento pubblico" fa il nome dell'ex ministro Mancino come 'referente' della trattativa instaurata da Riina. "Più che una trattativa, io parlo di un'offerta", ha precisato Brusca. Anzi, ricordando anche di aver fatto il nome di Mancino al pm Gabriele Chelazzi, scomparso qualche anno fa, che all'epoca indagava sulla strage di via dei Georgofili a Firenze e in seguito alla Procura di Palermo. Al presidente della Corte che gli ha chiesto perché non avesse fatto prima il nome di Mancino in un'aula, visto tutti i processi a cui è stato sottoposto, Brusca ha risposto: "Non per paura", e ha aggiunto tutta una serie di motivi collegati alla "vita pesante" del pentito.

Brusca, nel corso della sua deposizione, ha spiegato anche che la strategia mafiosa decisa dal capo dei capi di "attaccare lo Stato" fu presa dopo il maxi processo istruito da Giovanni Falcone. "La causa di tutto è il maxi processo", ha affermato Brusca. Al presidente della Corte che gli ha chiesto più volte se la strategia stragista decisa da Riina non fosse da ricondurre al regime del carcere duro inflitto ai mafiosi con l'articolo del 41bis, Brusca ha risposto: "Quello era un fatto momentaneo, entrato in corso d'opera. Ma la causa di tutto, ripeto, era il maxi processo. Del resto, l'attacco cominciò con l'uccisione di Falcone e poi di Borsellino. E se non ricordo male il regime del 41 bis cominciò dopo Borsellino". Tra i motivi che sarebbero stati all'origine dell'aggressione "al cuore dello Stato" ci sarebbero stati, secondo Brusca, "i maltrattamenti nelle carceri, le cosiddette violenze generalizzate" contro i detenuti mafiosi, in particolare quelli che avvenivano nelle carceri di Pianosa e dell'Asinara".

Brusca ha ripercorso anche la trasformazione della strategia mafiosa decisa dalla cupola guidata da Riina, che in un primo momento comprendeva anche "l'uccisione di alcune guardie giurate" nelle carceri dopo che erano giunte segnalazioni di maltrattamenti di detenuti mafiosi. Poi si pensò anche ad "azioni dimostrative", come ad esempio, ha ricordato Brusca, "il posizionamento di una bomba a mano nei Giardini di Boboli a Firenze". Quindi si innalzò il livello degli attacchi, decidendo di colpire "anche le opere d'arte". Brusca ha confermato che l'obiettivo del 'papello' era principalmente "ricattatorio" nei confronti dello Stato. Ha parlato poi di contatti con militari dei carabinieri e "non meglio specificati politici" che sarebbero stati contattati dopo l'estate 1992.

Brusca ha anche riferito di un successivo incontro con Riina il quale riferì che gli esponenti politici a cui si era rivolto presentando il 'papello' avevano definito "esose, perché erano tante" le richieste per addivenire a un accordo che avrebbe fermato gli attentati. E a proposito di attentati progettati e non messi in atto, Brusca ha parlato anche di un piano per uccidere l'attuale procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso.

 


 

0 mi piace, 0 non mi piace
Fai di Affaritaliani la tua HomePage
Iscriviti alla Newsletter
Mobile
Seguici su facebook
Rss
Twitter
Google
Internet Explorer

Rcs/ John Elkann, creati i presupposti per uscire da declino
Crisi/ Si impicca nel Teramano un imprenditore edile ascolano
Vaticano/ In 9 punti j'accuse Cda Ior a Gotti Tedeschi: "Non ha fatto il suo dovere"
Europei nuoto/ Argento agli azzurri nella 4x200, titolo alla Germania
Crisi/ Madrid, il 22 giugno vertice a Roma Merkel-Hollande-Rajoy
Calcio/ Del Piero ai tifosi: "Stagione esaltante, vi terrò informati
Siria/ Osservatori Onu, 92 morti a Hula di cui 32 bambini
Nuoto/ Europei, oro alla Pellegrini nei 200 stile libero. Mizzau quarta
LEGGI TUTTE LE ULTIMISSIME

Non aspettare!

Cerca subito tra migliaia di immobili in vendita e in affitto
Inizia da qui

Prima rata gratis

Un prestito per il tuo futuro? Trovalo subito
SCEGLI PRESTITÒ

Auto usate

Stai cercando l’auto dei tuoi sogni? Scoprila subito.
Cerca adesso