Tarantini/ Lavitola in tv: Una telefonata mi scagiona. Ma resto latitante. Atti dell'inchiesta da Roma verso Bari

Giovedì, 29 settembre 2011 - 10:11:44

Ci sarebbe una telefonata, tra Valter Lavitola e Silvio Berlusconi che scagionerebbe il faccendiere latitante dall’accusa di essersi appropriato indebitamente di parte dei 500mila euro fatti avere dal premier a Lavitola perché li consegnasse a Gianpaolo Tarantini. A sostenerlo è stato lo stesso ex-direttore dell’Avanti, latitante in Sudamerica, in collegamento con Bersaglio mobile, di Enrico Mentana, su La7. "La mia telefonata - dice Lavitola - è stata fatta dalla stessa utenza argentina usata con Tarantini ma non ce n’è traccia".
Poi una precisazione: "Non ho fornito una scheda telefonica peruviana, ho dato una scheda italiana a Berlusconi, comprata da un mio collaboratore peruviano". I 500mila euro per Tarantini sarebbero stati invece anticipati da Lavitola per conto di Berlusconi. "Le foto che chiedevo a Marinella (la segretaria del premier, ndr) erano soldi, parte di quel rimborso di 500mila euro che avevo anticipato", spiega. Infine, Lavitola definisce Tarantini "un po’ fesso".

 

IN COLLEGAMENTO CON LA7- Dei magistrati dice di avere un «sacro terrore», ed è per questo che Valter Lavitola decide di raccontare le sue "verita" dalla latitanza, in collegamento tv con La7 da un paese del Sudamerica che neanche Enrico Mentana dice di conoscere con esattezza. È da uno studio con pareti bianche, seduto su una poltrona di pelle davanti a una scrivania sopra la quale sono stese carte giudiziarie e tabulati telefonici che il faccendiere vuole dimostrare di non essere l'uomo nero che tutti dipingono. In origine indagato assieme ai coniugi Tarantini per estorsione ai danni del premier Berlusconi e ora sempre ricercato per un'accusa ora derubricata dal Tribunale del Riesame di Napoli a induzione a rendere dichiarazioni false o mendaci nell'ambito dell'inchiesta pugliese sulle escort, Lavitola passa subito al contrattacco. Ci sarebbe una telefonata - racconta nel corso della trasmissione 'Bersaglio mobilè - tra lui e il premier in grado di scagionarlo dall' accusa di essersi appropriato indebitamente di parte dei 500mila da girare a Gianpaolo Tarantini affinchè l'imprenditore barese avviasse una sua attività e la smettesse di «rompere le scatole» con continue telefonate.

I 500MILA EURO- Quella somma, peraltro, Lavitola rivela di averla anticipata di tasca propria ai Tarantini grazie alla vendita di due pescherecci e di altri beni a Panama. Quella telefonata, di nove minuti, non è tra le intercettazioni agli atti della procura di Napoli, seppure - dice - sia stata fatta "dalla stessa utenza argentina usata con Tarantini". Lavitola mostra i tabulati e spiega: "dopo aver parlato con Tarantini ho chiamato Berlusconi. Al terzo tentativo (i primi sarebbero andati falliti, ndr.) ho parlato con il presidente e gli ho detto: 'mi ha contattato Tarantini, ha notizia dei 500mila euro e vuole che gli sia consegnata questa somma. Che faccio? Gliela metto a disposizione? Guardi che lui consuma come una Ferrari". Il premier - riferisce Lavitola - gli avrebbe detto: "No, no, lui deve fare un'attività (con quella somma, ndr)".

 

E ancora: quella somma anticipata gli sarebbe stata restituita solo in parte: 255.500 euro utilizzati per le spese di Tarantini e avuti in diverse tranche ma mai tramite un bonifico del premier su conto estero. Semmai con il sistema delle "fotografie" consegnategli dalla segretaria del premier, Marinella. Il faccendiere, che fa sapere di non avere alcuna intenzione di tornare in Italia, nega di aver fornito alcuna scheda telefonica peruviana a Berlusconi: a lui «ho dato una scheda italiana comprata da un mio collaboratore peruviano. Ho dato la scheda per timore di essere intercettato non per i contenuti illegali della telefonata ma perch‚ parlavo di considerazioni riservate". Di Tarantini dà la definizione di un "ragazzo scapestrato, non un criminale, anche un pò fesso". Le ossessioni dei coniugi baresi erano tre: "vedere il premier in più occasioni possibili; riuscire ad aiutare un loro amico, l'imprenditore Pino Settani a fare affari con una società vicino all'Eni; avere lavoro e soldi per le loro esigenze". Quanto ai rapporti con l'Eni, però, Lavitola ammette di aver bluffato, e di essersene vantato al telefono con Nicla Tarantini perchè i coniugi erano insistenti e lo "assilavano anche con due telefonate al giorno".

LA MASSONERIA-  Ammette di essersi iscritto alla massoneria quando aveva 18 anni ("in una loggia di Roma perch‚ mi sembrò, leggendo un libro, che fosse il miglior apprendimento per imparare a stare zitti"), e non sa datare con precisione la sua conoscenza con il premier, anche se esclude il tramite di Craxi. Con Finmeccanica rivela di aver avuto una consulenza di 30mila euro l'anno ("Pozzessere, ex direttore commerciale, pensava di avermi 'fregatò») e di aver chiesto un aumento a 70mila lo scorso 30 giugno, al momento della scadenza del contratto. «Avevo subito una serie di ingiuste delusioni da un amico con cui ho una particolare vicinanza», vale a dire «Berlusconi, che non mi ha mai candidato come parlamentare". Cos, "nel 2010 chiesi al presidente se era possibile nominarmi come rappresentante personale del premier in America Latina. Non mi disse nè sì nè no. Gli chiesi di mettermi alla prova, ma poi c'‚ stata la famosa storia delle ballerine e di San Paolo e io non ho più avuto alcuna possibilita". Come risarcimento per la delusione della mancata candidatura politica, Lavitola si sarebbe proposto a Pozzessere come procacciatore di affari, facendo leva sulla sua esperienza nel settore dell'import-export in America Latina.


Le donne del Presidente
LE IMMAGINI

 


ATTI DELL'INCHIESTA DA ROMA VERSO BARI- La procura di Roma si sta orientando a inviare ai colleghi di Bari gli atti dell'inchiesta sulla presunta estorsione ai danni di Silvio Berlusconi da parte del direttore de 'L'Avanti' Valter Lavitola, e dell'imprenditore barese Giampaolo Tarantini. La decisione dei magistrati della capitale, che potrebbe essere messa nero su bianco domani, è dettata, spiegano fonti vicine all'indagine, dalla necessità di fornire con urgenza le carte alla procura pugliese, che entro il 15 ottobre deve decidere se rinnovare la misura cautelare in carcere nei confronti di Lavitola, ancora latitante a Panama.

Il riesame, ribaltando l'impostazione iniziale dei pm di Napoli, ha infatti configurato il reato di istigazione a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria a carico di Berlusconi, in concorso con Lavitola, e il ruolo di vittima per Tarantini, stabilendo la competenza a indagare di Bari. L'invio degli atti nel capoluogo pugliese, precisano le medesime fonti, non impedirà al procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, e all'aggiunto, Pietro Saviotti, ove ritenessero di non condividere l'impostazione del riesame di Napoli, di sollevare il conflitto di competenza davanti al procuratore generale della cassazione per stabilire chi deve indagare sulla vicenda.

Allo stato dei fatti, quindi, la magistratura barese non può compiere alcuna valutazione sulla competenza territoriale sulle indagini. Secondo fonti investigative, quando gli atti arriveranno a Bari si porrà anche il problema della competenza funzionale della Procura di Lecce, che ha avviato un fascicolo a carico del procuratore di Bari, Antonio Laudati, per abuso d'ufficio, favoreggiamento personale e tentativo di violenza privata per verificare se il magistrato ha in qualche modo rallentato l'indagine sulle escort che Tarantini ha portato nelle case del premier.

Quindi i pm baresi potrebbero chiedere alla Procura di Lecce se vi è connessione tra l'inchiesta istruita a Napoli e quella in corso nel capoluogo salentino. Il quesito è, difatti, inderogabile ai sensi dell'articolo 12 del codice di procedura penale che disciplina i casi di connessione. Sarà poi la procura di Lecce a pronunciarsi sull'esistenza o meno di un eventuale collegamento. In caso affermativo, l'inchiesta dovrebbe passare alla magistratura salentina

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