Forconi in rivolta, guai a lasciare i "forchettoni" al potere
di Pietro Mancini
Non si possono ancora prevedere gli esiti e gli sbocchi, politici, della "rivolta dei Forconi", i cui primi fuochi sono divampati contro il malgoverno della Sicilia e di Palermo. Si può, tuttavia, sostenere che solo un grande sussulto di indignazione, morale prima che politico, potrebbe migliorare la situazione, in Sicilia e nelle altre regioni meridionali. Prima di evocare il lugubre fantasma della sanguinosa rivolta di Reggio Calabria del 1970,come qualcuno ha fatto, temendone il bis, occorre cercare di rispondere a questa domanda :i partiti e le attuali giunte regionali sono in grado e, soprattutto, avrebbero interesse a diminuire, drasticamente, gli enormi costi del sottogoverno e delle sfrenate lottizzazioni delle poltrone, degli incarichi e delle consulenze ?
Siamo realisti. Ordinando lo scioglimento delle legioni dei lottizzati della "Politica S.p.A", i capataz meridionali,nominati dai boss romani dei partiti, nelle cui file scarseggiano le persone pensose del bene comune, dovrebbero tornare a rimettersi in gioco, ad accettare le regole della competizione, politica ed elettorale, con quei pochi che, da anni,si affannano a sollecitare, vanamente,di discutere, e di avviare a soluzione, i problemi. E non di occuparsi, esclusivamente, della distribuzione delle poltrone, in base al vecchio manuale Cencelli dell'epoca di Andreotti e Forlani. Ma, ovviamente, per gli attuali notabili, non sarebbe facile nè, soprattutto, utile e conveniente rinunciare a quei sostegni, politici e materiali, che oggi restano indispensabili per salire le scale gerarchiche, o per farle salire ai propri congiunti e clienti, nei partiti, negli enti pubblici, nelle assemblee elezztive e nelle aziende sanitarie locali.
Insomma, il movimento dei "Forconi", ben prima di minacciare il sistema dei trasporti, rendendo più difficile la vita quotidiana dei siciliani e dei meridionali, dovrebbe far appello, a tutto il Mezzogiorno sano, per la sollevazione delle coscienze contro le mafie, che tormentano il Sud, ma anche contro le varie Sprecopoli, Parentopoli e Calciopoli. Ribellatevi, con maggiore decisione, contro i boss della partitocrazia, che non intendono lasciar spazio ai più giovani e più meritevoli, al centro, a destra, a sinistra. I responsabili delle istituzioni, come i detentori del potere, politico ed economico, a livello nazionale e regionale, commetterebbero un grosso errore, qualora sottovalutassero le proteste. E ritenessero che il movimento dei "Forconi" vada frenato, solo rafforzando le misure di ordine pubblico. Certo, va garantita la legalità, assicurando la libera circolazione delle persone e delle merci. Ma, se si intende evitare che le scintille si trasformino in un incendio e che nella ribellione emergano spinte pericolose all'indipendentismo e al separatismo della Sicilia e del Mezzogiorno, occorre cominciare a spedire in pensione i vecchi Gattopardi, rinnovando le classi dirigenti, ponendo fine al clientelismo, ricorrendo, in tutti i settori, alla selezione, sulla base dei meriti, e affermando la certezza del diritto.
Alle richieste di lavoro, di migliore istruzione, di sviluppo, guai a rispondere, riproponendo l'assistenzialismo e i finanziamenti a pioggia ! Insomma, la peggiore risposta ai "Forconi" sarebbe la proterva permanenza, in posizioni di comando, degli insaziabili "forchettoni". Ci si attendono valutazioni serie, soprattutto da parte del governo, presieduto dal professor Monti.Il rigore non può essere un pretesto per abbandonare il Sud al naufragio, come "Capitan codardo", Schettino, ha fatto, scappando dalla nave della Costa. E vanno decise misure ben più incisive, che colpiscano, duramente, soprattutto nel Mezzogiorno, i ceti parassitari, quegli imprenditori, anzi "prenditori", che hanno lucrato sui contributi, statali ed europei, le voraci cricche dei politicanti e i grandi evasori.
E giovino,invece, con provvedimenti come la fiscalità di vantaggio, agli imprenditori seri, che intendano investire al Sud. E'legittimo, tuttavia, avanzare dubbi e interrogativi non tanto sulla volontà, reale e sincera, del Capo dello Stato e di Mario Monti di avviare una salutare opera di risanamento, politico e morale, del Paese, Quanto, piuttosto, sulla realizzazione, effettiva, di un tale programma da parte di un esecutivo, non scaturito dal voto degli elettori, ma dall'emergenza finanziaria e dalla volontà del Capo dello Stato e condizionato, in Parlamento, dalle linee, oscillanti e non coese,dei partiti. E la partita del cambiamento andrebbe giocata, e vinta, anche contro quella che Ernesto Galli della Loggia ha definito, sul "Corriere della Sera", l'"invisibile SuperCasta", cioè l'oligarchia degli alti burocrati, ridondante di incarichi, arbitrati, consulente, doppi e tripli stipendioni. E, nell'attuale governo, anche di poltrone ministeriali, sottratte ai politici e passate a personaggi,influenti e inamovibili, nella mappa del vero potere, molti dei quali evidenziano manifesti conflitti di interessi, da pochi denunciati.



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