Chi si protegge non può diventare un killer
Il Giaguaro indaga la legittima difesa
di Giaguaro (dietro questo pseudonimo si nasconde un ufficiale delle Forze Armate in servizio)
E' tornato d'attualità il tema della legittima difesa con armi da parte del privato cittadino,a seguito della vicenda accaduta l'altro ieri in Recanati (MC),dove un sessantunenne consulente finanziario ha ucciso con un colpo di pistola un albanese che stava tentando di entrare nella sua villa e che,nonostante le intimazioni di desistere,aveva persistito sfondando una finestra e penetrando nell'abitazione.
Come già in altre occasioni abbiamo assistito al successivo pentimento e rimorso dello sparatore,ampiamente pubblicizzato dai media ma, proprio perché tale comportamento si ripete puntualmente in ogni circostanza similare,mi sorge il fondato dubbio che sia dovuto ai consigli del legale dell'interessato(sempre immancabilmente e velocemente indagato),miranti ad evitare il pregiudizio tendenzialmente abbastanza diffuso nella magistratura inquirente,che il cittadino il quale si difende con le armi sia un killer che non vede l'ora che qualcuno gli entri in casa per avere la soddisfazione di stenderlo secco.
L'aspetto negativo di tutto ciò consiste nel fatto che il privato cittadino che semplicemente si difende nelle modalità previste dalla legge, si trova poi costantemente indagato,assoggettato a lunghi procedimenti con i conseguenti disagi e costretto a sostenere spese legali che,anche in caso di proscioglimento o archiviazione,quasi mai gli vengono rimborsate. Nulla da ridire ovviamente in caso di evidente sproporzione tra la reazione letale ed il bene minacciato(il malvivente che scappa col bottino anche dopo la spaccata,non può certo essere ucciso solo per recuperare la refurtiva),diverso però se questo é armato e,in ogni momento anche se in fuga, può sorprendere colui che, legittimamente, lo insegue.
Durante un'esercitazione con colleghi americani in un poligono interattivo questi mi dimostrarono con la simulazione del computer di controllo della linea di tiro, che l'ipotetico malvivente proiettato sulla scena,benché inizialmente disarmato e sotto la minaccia della pistola del sottoscritto,superando lentamente e a mani alzate il vano di una porta,riusciva facilmente ad impugnare un revolver nascosto dietro l'anta e a sparare prima che io reagissi.
Ciò avveniva in base al calcolo della differente successione dei processi mentali,in quanto mentre il delinquente aveva da subito deciso di sparare,io dovevo prima recepire la minaccia,indi decidere di reagire ed infine farlo,venendomi quindi a trovare in condizione di evidente svantaggio rispetto al mio antagonista ; peraltro lo stesso risultato si verificava anche con l'istruttore di tiro dell'FBI responsabile del poligono.
Sarebbe forse opportuno per ovviare ai risvolti negativi di queste situazioni,provvedere a redigere una ricostruzione,ad opera di un'idonea commissione,eventualmente mista tra i ministeri della giustizia e dell'interno,di una serie,anche abbastanza estesa,di situazioni tipo configuranti circostanze che giustifichino l'uso di armi per legittima difesa, con un conseguente codice comportamentale,fondato su una attendibile interpretazione della legislazione corrente in materia,al quale il cittadino che decide di difendersi in tali modalità,ma anche le forze dell'ordine nei casi analoghi che le riguardano, dovranno attenersi , senza essere gli uni e gli altri costretti ogni volta a farsi mentalmente un processo penale per decidere,prima di reagire, se dal successivo procedimento giudiziario verranno assolti o meno.



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