L'oscurità rosa dell'Ndrangheta
Di Giuseppe Morello
Maschiliste per definizione, le organizzazioni mafiose da qualche tempo svelano un sorprendente protagonismo femminile, come dimostrano le 7 donne arrestate nella retata contro la 'ndrangheta di Rosarno, le quali non si limitavano a fare il bucato e il ragù ai boss, rimanendo all'oscuro dei loro traffici ("sorelle d'omertà" si diceva una volta), ma partecipavano attivamente gestendo e reinvestendo il patrimonio della cosca. Donne manager, in un certo senso.
Questa specie di "quote rosa" della malavita però restano un fenomeno curioso e contraddittorio. Stando alle foto delle arrestate infatti non si ha l'impressione di donne "in carriera", ma di donne uscite da una novella di Verga. Non c'è nel loro aspetto nessun segno del loro potere e del loro denaro: niente gioielli, niente abiti costosi né capigliature curate, ma un'aria dimessa e di casalinga trasandatezza, sguardi bassi, una pervicace riottosità alle attuali tecniche depilatorie e nessun simbolo di status addosso. Sono donne completamente impermeabili ai persuasori occulti della pubblicità, alla moda e ai modelli femminili dominanti, a metà tra il cliché della massaia meridionale d'altri tempi relegata nel tinello e la "Donna scimmia" di un celebre film di Ferreri. Non portano il velo, ma poco ci manca.
Sono ancora vittime di una cultura arcaica che le vuole "modeste", di certo non emancipate, e che non tollera che il denaro venga esibito o sperperato, in una sorta di versione femminile di Bernardo Provenzano che, pur potentissimo, viveva in una stalla e mangiava cicoria.
Gestiscono miliardi e tuttavia non c'è nessuna modernità nella loro ascesa. Nonostante soldi e potere, trasmettono solo un inconsolabile senso di cupa oppressione.



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