Impresa, classe dirigente e giovani. "Ecco la generazione dei perdenti"

Venerdì, 16 dicembre 2011 - 12:54:15
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di Lorenzo Lamperti

"Il lavoro abitua i giovani a essere precari soprattutto di testa". Pier Luigi Celli (in foto), direttore generale dell'università Luiss di Roma e membro dei cda di Illy e Unipol sceglie Affari per parlare del suo nuovo libro, L'impresa vista dai perdenti (Aliberti Editore): "Ho deciso di raccontare quella generazione che ha perso speranza nel futuro. Sono tutti quelli che hanno capacità ma vengono messi da parte dalle imprese. Sono come degli scarti di lavorazione"

Ex dg della Rai, Celli nel 2009 ha scritto una lettera aperta al figlio consigliandogli di andare all'estero per costruirsi un futuro, "ma oggi qualche segnale per cambiare le cose c'è. Ma i giovani devono combattere, altrimenti nessuno li ascolterà". Sull'attuale classe dirigente: "E' mediocre, si trova lì senza alcun merito". E per uscire dalla crisi "bisogna capire quello che si è perso per strada e fare di tutto per ritrovarlo".

 

L'ESTRATTO dal libro "L'impresa vista dai perdenti"

Per gentile concessione della Aliberti Editore

L'INTERVISTA

 

Chi sono i perdenti del titolo del suo libro?

"I perdenti sono tutti quelli che non ce la fanno, quelli che pur avendo buone caratteristiche e un buon curriculum alla fine vengono messi da parte perché o non hanno l'appoggio giusto o non hanno il physique du role o lo stile alla moda. Il libro si doveva intitolare Scarti di lavorazione. Quando si producono cose c'è sempre qualche pezzo che resta in sospeso e viene buttato via. Ogni azienda macina degli scarti di lavorazione, i quali guardano alla vita con occhi un po' tristi".

Qual è il legame con i capi che aveva raccontato nei suoi libri precedenti, a partire da "Comandare è fottere"?

"In passato ho raccontato i capi e ora ho deciso guardare l'azienda dall'altro punto di vista, cioè da quello di coloro che capi non lo diventeranno mai, pur magari avendone le capacità e l'ambizione. All'interno di questa classe di perdenti ci sono poi diverse tipologie, quelle che cerco di raccontare nel mio libro".

Anni fa aveva scritto una discussa lettera pubblicata su Repubblica nella quale suggeriva a suo figlio, e quindi ai giovani di andarsene dall'Italia per costruirsi un futuro migliore. Oggi quella lettera la scriverebbe ancora?

"Da allora le cose non sono cambiate di molto però almeno hanno suscitato delle discussioni. All'epoca la lettera era servita anche come provocazione perché non si parlava di un fenomeno che era sotto gli occhi di tutti. Quello dei giovani che non arrivano sui posti di lavoro a meno che non siano raccomandati. Nessuno spazio al merito. Adesso l'idea che si possa e si debba fare qualcosa c'è, perché le condizioni sono talmente disperate che qualcosa bisognerà pure cambiarla. Sono convinto che oggi per i giovani convenga andare all'estero e vedere come funzionano un sacco di cose, capire come si comportano gli altri che molto spesso hanno da insegnarci e poi tentare di tornare perché una mano a questo Paese bisogna darla".

A cosa è legata la speranza di un cambiamento?

"Da una parte è legata al cambiamento di governo, Il fatto che tutti i partiti facciano un passo indietro non è banale. Bisogna vedere se questa cosa avrà una continuità. Dall'altra parte si deve contare sul risveglio di una coscienza civile da parte delle persone".

Ribellione o oblio. Qual è la strada giusta per i giovani?

"Bisogna combattere. I giovani devono far sentire la loro voce altrimenti se stanno in silenzio nessuno gli concederà qualcosa".

Nel suo parla più volte dell'"importanza di saper perdere". Perchè?

"Saper perdere significa non rassegnarsi alla sconfitta. Bisogna imparare dai propri errori e trovare le forze per ritornare a lottare e provare a vincere. Questa è una generazione che per molti anni si è arresal al flusso delle cose, anche perché per tanto tempo ha ottenuto tutto facilmente e le armi per combattere non sempre le ha avute. E questa è colpa un po' della famiglia e un po' della scuola e dell'università. Molto dell'università, direi".

Com'è il rapporto dei giovani con il mondo del lavoro?

"E' un rapporto viziato da un'entrata sbagliata. Innanzitutto si comincia sempre più spesso con lo stage che è uno strumento che dà una precarietà non solo occupazionale ma anche di testa. Ci si rassegna a fare le cose senza sperare in una continuità. Lo stage è utile solo se dà l'idea di continuità, e invece nella grande maggiornaza dei casi le imprese usano lo stage come un palliativo e per risparmiare sulla forza lavoro".

Che cosa manca alla nostra classe dirigente?

"La nostra classe dirigente è assolutamente mediocre: il suo maggior difetto è che chi occupa i ruoli di responsabilità è arrivato a quel posto senza meritarlo".

Su che cosa dovrebbe investire il Paese?

"Bisognerebbe investire sui giovani e specialmente sulla loro istruzione. Si dovrebbe premiare chi ha dei meriti, far tornare l'idea che chi studia e lavora meglio ottiene di più. Dargli spazio nei ruoli di responsabilità, non solo a chi fa il portaborse o a chi dice sempre di sì. Per troppo tempo si è agito contro la meritocrazia".

Si leggono spesso storie in questi giorni di imprenditori che si tolgono la vita. Come spiega questa catena di suicidi?

"Sono persone che hanno grosse responsabilità e venendogli meno risorse sono sopraffatti da un'angoscia sempre più grande perché da loro dipendono delle vite di altre persone. Il loro è un sentimento nobile e drammatico allo stesso tempo, anche perché togliersi la vita non è mai la soluzione".

Lei ha parlato spesso della volontà di farsi notare da parte della classe dirigente, cioè esibire ciò che si possiede nella speranza di ottenere di più. Questo riguarda tutte le classi sociali?

"Il problema è che la distinzione negli ultimi anni è legata a un aspetto mediatico. Si esiste non per quello che si fa ma per come si viene rappresentati. Si deve tornare invece a dare importanza alle proprie idee. E questo deve insegnare a farlo in primo luogo la scuola".

Facciamo un'ipotesi: crolla l'Euro. Cosa succede all'Italia?

"Sarebbe un guaio per tutti noi. Se cade l'Euro ci dovremmo rassegnare a un ruolo sempre più irrilevante nel contesto internazionale".

Nel suo libro c'è una frase: "L'età non basta a risarcire quello che si è perso per strada". L'Italia a che punto è: sta ancora perdendo per strada oppure si è accorta di quello che ha perso?

"L'Italia per strada ha perso davvero tanto. Le crisi sono utili solo se servono per capire quello che abbiamo perso e come possiamo fare per ritrovarlo. Spesso le persone normali hanno più coscienza di questo rispetto ai politici e alla classe dirigente. Per questo mi sento costretto a pensare che l'Italia tra 20 anni sarà in una situazione migliore rispetto a quella in cui si trova adesso. Ci voglio credere".

 

 



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