Il reportage dall'Aquila. Tra freddo, gelo e attese
Di Benedetta Fallucchi
Via XX Settembre a L'Aquila è una delle più colpite delle città. Come una composizione disarmonica si alternano palazzine crollate e case parzialmente ancora in piedi. Sono tutti edifici relativamente nuovi, degli anni Sessanta. Si incontra subito quel che resta di un edificio di 4 piani ormai ridotto a uno strato di macerie che lo ha quasi livellato al suolo. Non si sa in quanti siano dentro. Da lì nel pomeriggio uscirà viva una donna, ma ancora nessuna certezza per altre due donne su cui si era sperato fin dal mattino.
I nomi che circolano sono quelli di Maria e di Claudia. Di Claudia si sa qualcosa di più perché lì intorno ci sono molti suoi parenti: la sorella, disperata, che guarda con occhi fissi e increduli il lavoro dei soccorritori, e il fidanzato che parla al telefono della "maledetta via XX Settembre". Claudia è un avvocato di 30 anni e dicono fosse andata a vivere da sola da poco tempo. Poi ci sono due ragazzi, Claudia e Mario, di 19 e 22 anni. Stanno cercando di rientrare nella casa di lei, che è proprio dietro quella dove si scava per cercare l'altra meno fortunata Claudia.
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È uscita in pigiama subito dopo la scossa tremenda delle 3.32, abita al piano terra: "Quando mi sono affacciata ho visto solo nebbia, tanto che ho pensato fosse la nebbia della notte, poi ho capito che era il palazzo di fronte al mio". Racconta anche della gente che urlava, fino al mattino. Mario è giunto di corsa, ha anche tentato di scavare con le mani tra le macerie. Pian piano iniziavano ad arrivare i soccorsi: prima la Forestale, poi la Protezione civile, all'inizio però senza torce e picconi, poi i Vigili del Fuoco, gli alpini e infine i caterpillar. Mario comunque vuole smorzare i toni della polemica in corso: "Non si possono prevedere i terremoti. Il problema sono gli edifici vecchi.
Il mio è nuovo, e non si è rotto nulla, solo un bicchiere. Io credo che le autorità abbiano fatto tanto comunque, vengono da fuori e sono esseri umani anche loro". Maria Ester, 65 anni, è più critica: "La percezione di allarme è costante ormai da tempo e quel signore qualcosa sapeva, ma hanno fatto di tutto per tranquillizzarci". "Quel signore" altri non è che Giampaolo Giuliani, il tecnico accusato dalla magistratura per procurato allarme proprio per aver parlato della seria possibilità di un forte sisma in Abruzzo. E se è vero, come affermano Berlusconi, Bertolaso e altri scienziati interpellati in queste ore, che non "esistono basi scientifiche per prevedere terremoti", d'altro canto, fa impressione verificare sul sito della Protezione civile le numerose comunicazioni di eventi sismici nella zona dell'aquilano degli ultimi mesi.
Continuando sulla maledetta via XX Settembre, si arriva alla casa dello studente, quel che ne resta. Un lato dell'edificio è crollato al suolo, ed è lì che si concentrano le operazioni. Seduti sul muretto di fronte alla casa, raggomitolati su se stessi, stravolti e arrossati, ci sono diversi ragazzi. Momenti concitati, gli uomini della Protezione civile tirano fuori un portatile e lo danno a una ragazza che lo spolvera con lentezza, poi lo apre e se lo tiene immobile sulle ginocchia. Sembra non riesca a capacitarsi del rapporto che corre tra quell'apparecchio e quello che le è capitato. Dopo poco i volontari porgono una foto a un altro gruppo di giovani.
Tra i ragazzi lì intorno ci sono anche due studenti tunisini: un loro amico è intrappolato dentro alla casa dello studente. Makrem, 25 anni, ha la mano fasciata: ha fatto appena in tempo ad alzarsi alla scossa delle 3.32 che il muro gli è crollato sopra al letto, lui è scivolato sulle schegge di vetro causate dalla rottura dei quadri appesi e si è ferito a una mano. I suoi compagni lo hanno portato all'ospedale ed è lì, dicono, che hanno visto le cose più orribili, tra morti e feriti. Non si sa quante persone di preciso c'erano all'interno della casa dello studente al momento della scossa; sicuramente, fa sapere il vice capo dipartimento della protezione civile Marta Di Gennaro, sei studenti sono stati estratti vivi, un volontario dice che è stato anche tirato fuori un ragazzo morto, ma dentro ce ne potrebbero essere ancora molti.
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Via XX settembre è quasi finita, a poca distanza c'è Piazzale Paoli, un grande slargo su cui troneggia un enorme cumulo di macerie. Fervono i lavori anche qui, su una stradina laterale ci sono due immense voragini, di cui una contiene anche una macchina in cui secondo una ragazza si trovavano due persone. Ci sono le suore di un istituto immobili su un muretto con in testa le loro cuffiette bianche. Guardano quello che resta della palazzina vicina alla loro sede: l'edificio si è schiantata al suolo e sono appena stati tirati fuori i corpi senza vita di una mamma e dei suoi due bambini.
Ovunque ci si affacci, le vie sono coperte di calcinacci, e, con la sola forza dei piedi e di una prospettiva limitata, non si riesce proprio a tenere il conto dei morti e dei crolli. Al centro, sgombrato già dal mattino, è la desolazione. Sono ormai le 18.00 e si aggirano uomini curvi, qualcuno che ancora vuole prendere qualcosa da quella che era una casa, ma per lo più a presidiare le strade ci sono gli uomini della Protezioni civile e i militari. Un cane scende veloce per un vicolo in discesa. Le case sono silenziose, se non per le finestre aperte che sbattono, le grondaie che ululano al vento e gli allarmi impazziti dei negozi. I soccorsi continuano, e a complicare le cose arriva la pioggia. Ci si prepara per la prima notte senza casa, senza amici, senza parenti. E senza più memoria, per tutti.



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