Autodistruggersi e morire a 27 anni non è un “must” a cui aspirare, ma un fatto su cui meditare per prendere coscienza che la vita non è innocente

Domenica, 24 luglio 2011 - 18:11:00

di Patrizia Gioia

Altro che maledizione dei 27 anni!
Autodistruggersi e morire a 27 anni non è un “must” a cui aspirare, artisti tutti che siamo, ma caso mai un fatto su cui meditare per prendere coscienza che la vita non è innocente, e tocca noi redimerla.
Forse, se smettessimo finalmente di confonderci nel rumore per sostare nelle sane profondità del silenzio, potremmo ricordarci nei nostri 27 anni e magari scoprire che sono un’età e un momento della vita tra i più importanti.

Naturalmente posso parlare solo della mia esperienza, dei miei 27 anni, uno sconvolgente giro di boa, che trasse energia da quel che mi aveva sino allora circondato e che, senza ancora trovare le parole per dirlo, avevo guardato e ascoltato attentamente, a volte sconcertata e spaventata, a volte affascinata e esagerata, cercando sempre però di non perdermi, di non farmi irretire dalla cieca ignoranza del gruppo, che spesso preferisce perdere la stupefacente energia trasformativi della creatività lasciandosi andare alla prepotenza della distruttività; cercando di non cadere nel precipizio che pur mi invitava con la voce suadente di finta amicizia e, invece che scegliere la dannazione, mi sono lasciata “persuadere” dalla forza trasformatrice della redenzione, dove l’assunzione della responsabilità del nostro compito nel mondo non è un optional, ma una relazione continua “tra” me e la Vita.

Una solitudine scelta e per me irrevocabile da precedenti fatti che la vita mi avevano portato, indicibili, ma spesso nelle mura di casa si nascondono gli orchi, l’importante è vedere sempre con gli occhi del cuore. Mi hanno fatto compagnia i libri, corpo e anima degli immortali, una personale poetica della vita, magari un po’ melensa, ma a volte è proprio l’elasticità mielosa che ti impedisce di scivolare nella fossa, e anche un sottile dispiacere di non saper godere del superficiale, troppe erano le domande che le mie inquietudini avevano. E mi ha salvato anche una sbronza con “cambusa l’amaricante”, stare male così una volta va bene, ripeterlo è proprio da fessi!

“Di tanta vite, di tante morti fatta” – scrive Hermann Hesse a proposito della Vita e il giro di boa intorno ai 27 anni è uno dei più faticosi, naturalmente per chi si interroga, per chi sperimenta quel conflitto interiore tra santo e peccatore, tra Maria e Maddalena, tra bene e male, ed è lì che già si può scegliere, seppure ancora più inconsciamente che consciamente, la polarità creativa invece di quella distruttiva.
E per me “creatività” ha sempre avuto il significato di fiducia, un non irrigidirmi nel malessere, il non volermi sentire vittima, il saper sempre vedere un fiore e un gatto, il mendicante all’angolo e l’uomo delle caldarroste, il vecchio seduto fuori dal portone e il bambino che gioca, ha sempre significato sentirmi tutto e niente, umile nell’ascolto della voce altrui, ma mai sottomessa, ha significato dire no a chi voleva farmi credere che diventare grandi sia disubbidire ai grandi, mentre ascoltare significa ob-audire, e la sola obbedienza da me sentita e dovuta è quella al vero noi stessi, che non è uguale a nessun altro e che non si vuole confondere con nessun altro, ha significato, sì voler cantare e suonare la nostra unica e irripetibile voce, ma sempre in ascolto di quella di ogni altra.

E’ una sinfonia la vita, non un urlo disperato strozzato dal vomito di alcol, droga, farmaci. Ho provato a volte anche invidia per quei miei amici così capaci di “lasciarsi andare a sperimentare”, così almeno loro mi dicevano e mi sentivo vigliacca a non condividere con loro la nostra gioventù, ma sin da allora “sentivo”che la vera sperimentazione non era quella, che non era quello l’abbandono a cui volevo aderire, perché ogni volta vedevo il loro perdersi, la loro consumazione e disperazione che ogni volta annegava irredenta negli azzurrognoli rivi dei loro  fumi e nei miraggi di viaggi in India, senza sapere che l’oriente da incontrare ha ben altre vie.

“Grace under pression”, grazia sotto pressione, era stata definita la beat generation.
Ma la Grazia è gratuita, come ogni vero dono è, e chiede gratitudine. E’ questa gratitudine che ai ribelli del rock è mancata, è mancato loro il sentire “innocente”, quello che non sa nuocere e che gode e che vive il dono che lui stesso è alla Vita, un suono e un canto che ci fanno santi e benedetti e gioiosi se ognuno di noi sarà capace , appunto, di redimere quel che innocente non è, a partire da noi stessi.

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