Gli ultimi 56 giorni di Paolo Borsellino e l'agenda rossa. La verità in un libro

Mercoledì, 5 agosto 2009 - 13:07:00

Falcone Borsellino
Falcone e Borsellino
Con l’aiuto di ex colleghi magistrati, familiari, pentiti, amici, due autori, Lo Bianco e Rizzo, ricostruiscono gli ultimi 56 giorni del magistrato siciliano. E ci restituiscono le pagine dell’agenda scomparsa nell’attentato di via D’Amelio, in cui Borsellino annotava  le riflessioni e i fatti più segreti che riguardavano soprattutto l’indagine sulla morte di Falcone.  Qualcuno, subito dopo l’attentato, si affrettò a requisirla. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 2007, al 15esimo anniversario della morte del giudice, spiega perchè.

"Oggi, quindici anni dopo, non è cambiato nulla - scirve nell'introduzione Marco Travaglio -. L’impressione è che, ai piani alti del potere, quelle verità indicibili le conoscano in tanti, ma siano d’accordo nel tenerle coperte da una spessa coltre di omissis. Per sempre. L’agenda rossa è la scatola nera della Seconda Repubblica. Grazie a questo libro cominciamo a capire qualcosa anche noi”.


Quindici anni dopo la strage di via D'Amelio. Cosa conteneva l'agenda privata di Paolo Borsellino? La ricostruzione di un documento sparito nel nulla. "Mio marito non si separava mai da quell'agenda, vi annotava tutti i suoi incontri. Sono sicura che l'avesse con sè anche il giorno in cui fu ucciso". Un'agenda rossa, larga e rettangolare. Con la copertina in pelle. Borsellino la usava per annotare le considerazioni più private sulle sue indagini. Anche l'ultima domenica della sua vita l'aveva con sè. Peccato che a via D'Amelio furono ritrovate nella borsa solo le chiavi, le sigarette e poco altro. L'agenda no. Sparita. Questo libro per la prima volta la ricostruisce attraverso le testimonianze dirette dei familiari, dei colleghi, degli investigatori, delle carte giudiziarie, dei pentiti. E dell'agenda nera, quella di casa dove Borsellino segnava spese e appuntamenti.

Dopo la morte di Paolo Borsellino, il 19 luglio di diciassette anni fa, si prolungò ancora la trattativa tra Stato e mafia? Proseguì anche dopo la strage di via D’Amelio e dopo gli attentati del ‘93? Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso è convinto che il patto tra Cosa nostra e le istituzioni non andò in porto perché Riina venne arrestato nel ’93. Ma il ritrovamento della lettera con cui Provenzano chiede a Berlusconi una tv, pena il verificarsi di un ‘evento luttuoso’, saltata fuori durante la perquisizione del 2005 a casa di Massimo Ciancimino (figlio di don Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo), allunga il periodo del ‘negoziato’ fino al marzo del ’94, periodo della nascita di Forza Italia. E apre nuovi scenari investigativi che potrebbero coinvolgere di nuovo il presidente del Consiglio, già indagato per mafia (e poi archiviato per l’impossibilità temporale di concludere le indagini) dalla procura di Palermo. I magistrati palermitani stanno valutando attentamente, infatti, il contenuto della missiva: un foglio A4 tagliato a metà, di cui resta solo la metà inferiore. La lettera é scritta in un italiano sgrammaticato come se, dicono in procura, l’avesse vergata ”uno che sa scrivere, sotto la dettatura di uno che non sa parlare”. Ovvero come se l’avesse scritta Vito Ciancimino sotto la dettatura del boss Provenzano. Un giallo ancora tutto da decifrare con l’aiuto anche del capitano dei carabinieri Angeli, che firmò il verbale di ritrovamento della lettera, e che poco tempo dopo fu sottoposto ad un procedimento disciplinare per non aver seguito ‘’con la dovuta diligenza” le intercettazioni di Ciancimino nell’ambito della ricostruzione della sua ragnatela di affari.

La metà mancante della lettera, intanto, é stata interamente ricostruita dalla memoria del figlio di Ciancimino, assai sorpreso ed impaurito di vedere il foglio A4 mutilato visto che, come ha detto a verbale, ricorda benissimo che per anni fu conservato integro all’interno di un volume dell’enciclopedia Treccani nella casa romana del padre. E sempre integro, egli stesso provvide a trasferirlo a Palermo, quel foglio, dopo la morte del genitore che l’aveva conservato in originale, ha spiegato Massimo, visto che aveva l’ossessione di lasciare le proprie impronte digitali sulle missive che gli recapitava il capo dei capi, Bernardo Provenzano, impegnato, in quel periodo, a traghettare Cosa Nostra verso un approdo più tranquillo, lasciandosi alle spalle la stagione stragista. Per farlo, ha raccontato il boss Luigi Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, il corleonese Binu avrebbe garantito un profilo basso dell’organizzazione mafiosa in cambio di vantaggi sul pentitismo, amnistia e indulto, e la possibilità di tornare a svolgere attività imprenditoriali ad alto livello. Stessi concetti messi a verbale dal pentito Nino Giuffrè, che sostiene che la trattativa proseguì, dopo le stragi e l’arresto di Riina, per volontà di Provenzano con i nuovi referenti politici Dell’Utri e Berlusconi. E non a caso la lettera è stata depositata agli atti del processo di appello nei confronti del senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni per concorso in associazione mafiosa.

 

 

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