Cronista Giancarlo Siani, ammazzato perché scriveva

Giovedì, 23 settembre 2010 - 17:49:00

Di Francesco Oggiano

Piscio e sangue rimasero ad asciugare per molte ore, tra le chianche di piazza Leonardo, la notte del 23 settembre 1985. Giallo e maleodorante il primo, era uscito dalle viscere di Ciro Cappuccio, killer affiliato al clan di Angelo e Lorenzo Nuvoletta, ed esecutore, assieme ad Armando Del Core, dell'omicidio di Giancarlo Siani. Rosso e fresco il secondo, era colato tutta la sera dalle lamiere dell'auto, una Mehari, del cronista ventiseienne pronto per essere assunto al Mattino.

Il Mattino. Quanto lo voleva, Giancarlo, Il Mattino. Lui, che già nel primo anno di università inizia a collaborare con alcune riviste napoletane. Ascolta, osserva, dibatte: pian piano entra in contatto con il fenomeno sociale della criminalità organizzata. Quindi passa al periodico Osservatorio sulla Camorra, e di lì al Mattino, il mitico Mattino. Approda a Torre Annunziata; lui, nato e cresciuto nel quartiere borghese del Vomero, ottimi voti al liceo classico e occhiali rotondi e sempre puliti; lui, corrispondente per la redazione di Castellammare di Stabia. E che ne sa, lui, di Torre? Nulla. Ma lui lo sa. E lo impara presto.

Scartabella tra gli archivi dei giornali, studia libri di storia, va in giro per le strade. Ogni mattina fa una capatina alla questura. In breve si costruisce una rete di contatti estesa e radicatissima, specie per uno della sua età. Acquisisce notizie, le incrocia, le analizza, le sistema in un contesto. Diventa una vera e propria banca dati vivente. Scrive di camorra, di disoccupazione, di degrado civile, di edilizia. Capisce che è tutto collegato. Ogni articolo è un pezzo di un mosaico, il resoconto di un fatto legato ad altri fatti.

Come quello pubblicato il 10 giugno 1985, in cui Giancarlo racconta l'arresto di Valentino Gionta, boss della camorra torrese, alleato dei Nuvoletta di Marano nella guerra contro la fazione dei Bardellino-Alfieri-Galasso. Una guerra persa, quest'ultima. Per la cui pace, come sempre, c'è un prezzo da pagare. Bardellino pretende il suo bottino: la vita di 'Don Valentino'. Ma i Nuvoletta preferiscono “cantare”, vendersi cioè Gionta ai Carabinieri, anziché ammazzare l'alleato, divenuto ormai scomodo anche per loro. Il giorno dopo l'arresto, Giancarlo svela il doppio gioco: «La cattura di Gionta potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra contro l’altro clan di 'Nuova famiglia', i Bardellino». Per i boss è troppo. Tra giugno e settembre si tengono parecchi vertici. Il giornalista deve morire. Lo chiedono gli amici di Corleone. L'offesa all'onore si lava col sangue.

Nel frattempo Giancarlo è tornato a Napoli, per una sostituzione al quotidiano. Presto verrà assunto come praticante, è nell'aria. Ma non smette di scrivere di camorra. Una sera di settembre, due manovali vengono spediti su al Vomero. Si piazzano sotto casa di Giancarlo e aspettano. Stanno lì per un paio d'ore. Fumano, ridono, urinano. Poi Giancarlo arriva, a bordo della sua Mehari scoperta. Cerca parcheggio in piazza Leonardo. Lo trova. Spegne la macchina. Scende. E mentre è ancora con un piede nell'auto, gli ficcano sette pallottole in corpo. La pace è fatta.

La verità processuale farà il suo corso. I mandanti (Angelo Nuvoletta e Luigi Baccante) e gli esecutori (Ciro Cappuccio e Armando Del Core) verranno arrestati e condannati. Ci vorranno sedici anni, tra indagini avocate, depistaggi ed errori grossolani. Eppure, un solo movente non basta. La camorra non aveva mai ammazzato un giornalista, e se lo doveva fare doveva avere più di un motivo. Secondo molti osservatori, nell'85 Siani sta lavorando a qualcosa di grosso, da lanciare a livello nazionale; ha tracciato una vera e propria mappatura dei legami tra politici e camorristi nella zona di Torre e dintorni; ha scoperto le dinamiche del comitato d'affari che provvede a spartirsi gli appalti, le tangenti e, soprattutto, i finanziamenti del dopo terremoto, quella pioggia di miliardi che servono per la ricostruzione delle zone colpite dal sisma del 1980. Ai piani più alti del comitato, Domenico Bertone, sindaco socialista di Torre Annunziata, che verrà arrestato nel '93, dopo alcuni mesi di latitanza, e, ovviamente, 'Don Valentino', il Gionta. Nell'estate dell'85 Giancarlo ha raccolto «un sacco di foto bellissime, con notizie mai pubblicate», da raccogliere in un'opera. Lo confessa lui stesso all'amica Chiara Grattoni. Tutto è pronto per la pubblicazione. Poi però Giancarlo viene ammazzato. Il libro-dossier, quasi terminato, non verrà mai trovato.

L'opera, però, sarà citata in un rapporto interno, dedicato alle indagini sul caso Siani, scritto nel 1995 da Bruno Rinaldi. A pagina 28, l'ex capo della Mobile di Napoli sottolinea lo stridore tra le confidenze fatte da Giancarlo alla Grattoni e le dichiarazioni di Antonio Irlando, il giornalista che avrebbe dovuto essere il coautore del libro. Quest'ultimo sminuisce l'opera, e ai giudici parla di un «volumetto su Torre Annunziata, che […] ponesse in risalto la parte sana della cittadina […] Non raccogliemmo nessun materiale di rilievo – continua Irlando – tant'è che il progetto restò tale». Qui le cose sono due: o Giancarlo era un megalomane, o qualcuno sminuisce qualcosa.

Eppure, lo stesso Massimo Santarpino, il titolare di una tipografia napoletana che aveva già stampato del materiale per Irlando, conferma che lo stesso, nell'estate dell'85, gli aveva «proposto di stampare un libro od opuscolo su Torre Annunziata». Le matrici della copertina non verranno mai trovate.

Del libro, continua Rinaldi a pagina 34 del suo rapporto, parlerà, e non si sa perché, Domenico Bertone. Il 15 luglio 1987 il sindaco torrese è al telefono con un amico (Francesco Porcelli). Non sa che la sua linea è sotto intercettazione. Sta raccontando l'ultimo interrogatorio reso al procuratore generale, che gli aveva chiesto delle reazioni di Valentino Gionta agli articoli di Giancarlo, quando si lascia scappare un giudizio: «...comunque rimane il fatto che Siani – pur avendo riletto un poco il suo memoriale, i suoi articoli – non è che abbia mai scritto articoli da destare preoccupazioni, eccetera». Resta una domanda, che si pone lo stesso Rinaldi: «Come ha fatto il Bertone a leggere un memoriale che non è stato mai rinvenuto?».

Non si sa. Ci resta soffermarci su ciò che sappiamo. E sicuramente, sulla vicenda di Giancarlo, tra le peripezie processuali, nei resoconti storici, tra i ricordi degli amici, se si nota bene, fuoriesce sempre una certezza: Giancarlo fu ammazzato perché scriveva. É la verità: diretta, impermeabile, esile, eppure scultorea. Proprio come Giancarlo.

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