Dal saggio Calamandrei al "resistente" Lepore, che sogna si spedire in cella il premier : la guerra infinita tra Silvio e le toghe. Le "invasioni di campo" dei magistrati e gli errori politici del premier.
"Era tutti gli uffici giudiziari, il più arduo mi sembra quello del pubblico accusatore: il quale, come sostenitore dell' accusa, dovrebbe essere parziale al pari di un avvocato. E, come custode della legge, dovrebbe essere imparziale al pari di un giudice. Avvocato senza passione, giudice senza imparzialità: questo è l' assurdo psicologico, nel quale il pubblico ministero, se non ha uno squisito senso di equilibrio, rischia a ogni istante di perdere, per amore di serenità, la generosa combattività del difensore o, per amore di polemica, la spassionata oggettività del magistrato".
Non so se Giandomenico Lepore, il Capo della Procura di Napoli, abbia letto queste osservazioni, contenute nell "Elogio dei giudici scritto da un avvocato", firmato nel 1935 da Piero Calamandrei, eminente giurista fiorentino e tra i più autorevoli Padri Costituenti.
Il presenzialismo, le continue esternazioni, i penultimatum fanno ritenere che Lepore non sia un grande estimatore di Calamandrei. E che non la pensi, neppure, come il suo più riservato collega di Catania,dottor Patanè, che, dopo aver archiviato l'accusa per mafia contro il governatore della Sicilia, Lombardo, ha osservato :"Arrestare, rinviare a giudizio un potente fa diventare famosi, fa lievitare la considerazione dei mass media.
Paradossalmente, non arrestare e non rinviare a giudizio può produrre l'effetto contrario, quasi facendo scattare il dubbio di essere pavidi, se non interessati.Insomma, è più facile inquisire che assolvere". Se,per Patanè, la verità dei processi è unicamente nelle carte, da valutare con scrupolo, Lepore non si nega mai,quando si accende una telecamera e davanti al taccuino aperto di un cronista.Il Procuratore, tra qualche mese, andrà in pensione. E,comprensibilmente,non gli dispiacerebbe, passeggiando ai giardinetti di Napoli, raccontare ai nipotini di essere stato il primo Procuratore a far prelevare un Capo del governo dai carabinieri, per indurlo a testimoniare, e poi ad averlo spedito a Poggioreale, avendo ritenuto non veritiere le dichiarazioni del Cavaliere, peraltro parte lesa, nel procedimento penale a carico dei Tarantini e di Lavitola. Decisione, quella di arrestare Berlusconi, che, ovviamente, sarebbe concordata con il sostituto, dottor Woodcock,di raro equilibrio e allergico alle luci della ribalta, già assurto agli onori non della storia, ma a quelli, più modesti, della cronaca per aver spedito, in cella, a Potenza, Vittorio Emanuele di Savoia, nell'ambito di un'inchiesta, di rilevante clamore mediatico, ma che si risolse in un clamoroso flop.
Nel novembre del 1994, il Lepore dell'epoca era il Capo della Procura di Milano, Borrelli, e fu lui, insieme a Tonino Di Pietro, che intendeva "sfasciare" il premier, a spedire un avviso di garanzia, tramite la prima pagina del "Corriere della Sera", a Berlusconi, che era impegnato in un vertice internazionale (il "G8" di Napoli). Qualche giorno fa, sono state le bellicose toghe partenopee a diffondere, a mezzo stampa, una sorta di mandato di comparizione, con minaccia di accompagnamento coatto, contro Silvio,che si trovava a Strasburgo, per un summit con i leader dell’Europa sulla delicata questione dei conti pubblici italiani.E ieri, mentre veniva chiusa l'indagine di Bari sul giro di escort "bipartisan" (8 indagati, ma ben 100 mila, costosissime, intercettazioni!), 12 deputati del PDL, sollecitando al sinora cauto e prudente Guardasigilli, e magistrato in aspettativa, Nitto Palma, un'ispezione ministeriale, a Napoli,hanno denunciato preoccupanti "violazioni" dei pubblici ministeri e hanno parlato di "una luce non rassicurante sul procedimento, con risvolti giudiziari ed effetti politici gravissimi".
Eppure, il senso di responsabilità, e quello del limite, oltre alla "spassionata oggettività del magistrato",di cui scriveva Calamandrei, dovrebbero indurre la parte meno aggressiva della magistratura e il vice-presidente del Csm, sinora silenzioso, Vietti(UDC) a comprendere che, screditando il primo ministro "pro tempore",proprio mentre i riflettori del mondo sono puntati su di lui, vengono provocate gravi difficoltà non solo al Dottore di Arcore e al governo, ma al Paese, davanti alla comunità internazionale, in una fase cosi'critica dell'economia.Silvio Berlusconi, inviando un memoriale a Lepore, ha chiesto alla Procura di essere sentito quale persona, indagata in procedimento collegato, l' "affaire Ruby",assistito dal suo legale, e non quale persona informata dei fatti.
Ma,a Napoli, hanno risposto "niet", rigettando l'istanza.
Più passano i giorni e più si rafforza la consapevolezza che, nell'attuale caos, politico e giudiziario- con il figlio di un noto mafioso, Ciancimino, che dichiara di "fare quello che minchia vuole", negli uffici della Procura di Palermo-soltanto un'interruzione delle ostilità, una fase di decantazione e di tregua, seguita dopo qualche mese da nuove elezioni, possa arrestare il degrado, le continue risse e la credibilità delle istituzioni. Una democrazia, nella quale nessuna parte è disposta a riconoscere le ragioni dell'altra, è condannata all'instabilità e all'inefficienza.
Molte e pesanti, ovviamente, le resposabilità, politiche e personali, di Berlusconi.Gran parte del suo elettorato gli sta voltando le spalle, non solo e non tanto per le sue legittime, ma discutibili, frequentazioni private. Ma in quanto è, comprensibilmente, delusa per le tante promesse, non mantenute. La polemica contro l'invasione di campo della magistratura politicizzata non è infondata, ma spinge molti a chiedere al presidente del PDL : perchè, a partire dal 2001, quando il centro-destra aveva un'ampia maggioranza, in Parlamento, non siete intervenuti, con una complessiva e profonda riforma della giustizia, tralasciando le tante, e inutili, leggine parziali e "ad personam" ?.
Pietro Mancini



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