Che vuol dire 'Creare la vita'
Martedì, 25 maggio 2010 - 09:54:00
Il biologo Craig Venter ha “creato la vita” in laboratorio. Per capire che cosa esattamente ha fatto, sarebbe naturalmente necessario essere a nostra volta biologi e genetisti, ma all’ingrosso si tratta di questo: lo scienziato ha introdotto in un microorganismo unicellulare un Dna creato in laboratorio e questo nuovo microorganismo è stato in grado di riprodursi, dimostrando di essere vivo. Le prospettive future sono infinite. Oggi si parla di batteri in grado di produrre biocarburanti dalle alghe, di produrre nuovi vaccini, eccetera, ma a noi incompetenti interessa qualcos’altro.
Quando gli uomini non capiscono qualcosa di molto grande, di solito si consolano con una spiegazione qualunque o semplicemente dandogli un nome. I greci dell’antichità, digiuni di scienza e di meteorologia, hanno elaborato miti che rendevano conto di tutto. Purtroppo in modo puramente poetico. E anche in seguito non abbiamo del tutto cambiato metodo. Non sappiamo perché l’Universo esiste e postuliamo una soluzione metafisica chiamata Dio. La vicenda di ogni singolo uomo è il risultato di innumerevoli fattori, anche casuali, che conducono a volte a risultati del tutto imprevisti, e a questa angosciosa incertezza si risponde inventando la parola Destino. Fra questi grandi misteri ci sono quelli della Vita e della Morte, con la maiuscola, fenomeni dinanzi ai quali si rimane ammutoliti e ci si toglie il cappello. E tuttavia.
Per la morte, senza maiuscola, la spiegazione non è difficile. Per sopravvivere, le specie devono adattarsi ad un ambiente che può mutare, e a volte effettivamente muta, drammaticamente. A questo scopo è necessario produrre sempre nuovi esseri capaci di possedere quella caratteristica che farà loro superare le nuove difficoltà e che saranno in grado, riproducendosi, di lasciare in dote ai loro eredi. Eredi cui devono fare posto morendo. Tempo fa sono nate mosche che resistono al DDT, e la cosa non è stupefacente. Dopo che quei ditteri sono morti a miliardi, ce ne sono stati alcuni che per caso sono sopravvissuti e hanno messo al mondo mosche indifferenti a quel veleno. Se non ci fosse la morte, se non ci fosse il ricambio della popolazione, non ci sarebbe nessuna possibilità di miglioramento della specie e di superamento di una crisi ecologica. Si dice che i dinosauri siano scomparsi proprio perché, avendo un ricambio di popolazione piuttosto lento, non hanno fatto in tempo ad adattarsi alle nuove condizioni.
Il mistero della Vita invece è tanto grande che nella teologia tomistica questo fenomeno è stato usato per dimostrare l’esistenza di Dio. La materia inorganica è incapace di produrre la vita, si è detto, e dunque essa è il risultato di un autonomo atto creativo di Dio. I creazionisti addirittura spingono tanto lontano questo ragionamento da negare le teorie di Darwin. Per loro è impossibile che l’uomo, tanto diverso dagli animali, derivi da un naturale sviluppo di un ramo dei primati: è stato necessario un autonomo atto creativo di Dio.
Con la scoperta del Dna si è assestato un colpo durissimo ad ogni sorta di mitologia sulla vita. Si è scoperto che se un topo genera un topo e una balena genera una balena, è perché nel programma inserito nell’ovulo fecondato c’è scritto che cosa deve svilupparsi e nascere. La scoperta del dottor Venter ci conferma per via sperimentale che teoricamente, se dicessimo all’ovulo fecondato di una cagna di generare un gatto, probabilmente genererebbe un gatto. O addirittura si potrebbe costruire un ovulo fecondato con nel programma l’indicazione di generare un cane piumato e farlo sviluppare in un boccale, in laboratorio.
Tutto questo provocherà comprensibilmente brividi nella schiena in chi ha paura di Frankenstein e dei suoi esperimenti. Né noi saremmo contenti di vedere cani di quel genere. Ma una cosa è certa: la Vita non è un mistero o un dono di Dio, è un programma biochimico. Un programma che un giorno forse qualche ricercatore potrà modificare a suo piacimento, fino a creare esseri nuovi ed anche fino ad eliminare quella parte del programma che prevede la sua propria morte. Questa sarà utile alla specie, ma il ricercatore potrebbe preferire la propria sopravvivenza. Noi comunque lo capiremmo. Chissà anzi che non gli chiederemmo di perdere una mezz’oretta per modificare il nostro Dna, quel tanto che basta per farci fare concorrenza a Matusalemme.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Quando gli uomini non capiscono qualcosa di molto grande, di solito si consolano con una spiegazione qualunque o semplicemente dandogli un nome. I greci dell’antichità, digiuni di scienza e di meteorologia, hanno elaborato miti che rendevano conto di tutto. Purtroppo in modo puramente poetico. E anche in seguito non abbiamo del tutto cambiato metodo. Non sappiamo perché l’Universo esiste e postuliamo una soluzione metafisica chiamata Dio. La vicenda di ogni singolo uomo è il risultato di innumerevoli fattori, anche casuali, che conducono a volte a risultati del tutto imprevisti, e a questa angosciosa incertezza si risponde inventando la parola Destino. Fra questi grandi misteri ci sono quelli della Vita e della Morte, con la maiuscola, fenomeni dinanzi ai quali si rimane ammutoliti e ci si toglie il cappello. E tuttavia.
Per la morte, senza maiuscola, la spiegazione non è difficile. Per sopravvivere, le specie devono adattarsi ad un ambiente che può mutare, e a volte effettivamente muta, drammaticamente. A questo scopo è necessario produrre sempre nuovi esseri capaci di possedere quella caratteristica che farà loro superare le nuove difficoltà e che saranno in grado, riproducendosi, di lasciare in dote ai loro eredi. Eredi cui devono fare posto morendo. Tempo fa sono nate mosche che resistono al DDT, e la cosa non è stupefacente. Dopo che quei ditteri sono morti a miliardi, ce ne sono stati alcuni che per caso sono sopravvissuti e hanno messo al mondo mosche indifferenti a quel veleno. Se non ci fosse la morte, se non ci fosse il ricambio della popolazione, non ci sarebbe nessuna possibilità di miglioramento della specie e di superamento di una crisi ecologica. Si dice che i dinosauri siano scomparsi proprio perché, avendo un ricambio di popolazione piuttosto lento, non hanno fatto in tempo ad adattarsi alle nuove condizioni.
Il mistero della Vita invece è tanto grande che nella teologia tomistica questo fenomeno è stato usato per dimostrare l’esistenza di Dio. La materia inorganica è incapace di produrre la vita, si è detto, e dunque essa è il risultato di un autonomo atto creativo di Dio. I creazionisti addirittura spingono tanto lontano questo ragionamento da negare le teorie di Darwin. Per loro è impossibile che l’uomo, tanto diverso dagli animali, derivi da un naturale sviluppo di un ramo dei primati: è stato necessario un autonomo atto creativo di Dio.
Con la scoperta del Dna si è assestato un colpo durissimo ad ogni sorta di mitologia sulla vita. Si è scoperto che se un topo genera un topo e una balena genera una balena, è perché nel programma inserito nell’ovulo fecondato c’è scritto che cosa deve svilupparsi e nascere. La scoperta del dottor Venter ci conferma per via sperimentale che teoricamente, se dicessimo all’ovulo fecondato di una cagna di generare un gatto, probabilmente genererebbe un gatto. O addirittura si potrebbe costruire un ovulo fecondato con nel programma l’indicazione di generare un cane piumato e farlo sviluppare in un boccale, in laboratorio.
Tutto questo provocherà comprensibilmente brividi nella schiena in chi ha paura di Frankenstein e dei suoi esperimenti. Né noi saremmo contenti di vedere cani di quel genere. Ma una cosa è certa: la Vita non è un mistero o un dono di Dio, è un programma biochimico. Un programma che un giorno forse qualche ricercatore potrà modificare a suo piacimento, fino a creare esseri nuovi ed anche fino ad eliminare quella parte del programma che prevede la sua propria morte. Questa sarà utile alla specie, ma il ricercatore potrebbe preferire la propria sopravvivenza. Noi comunque lo capiremmo. Chissà anzi che non gli chiederemmo di perdere una mezz’oretta per modificare il nostro Dna, quel tanto che basta per farci fare concorrenza a Matusalemme.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it



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