Ospedali/ “Ma quale cravatta? E' il cellulare la vera fonte di infezione"
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Il cellulare è più pericoloso della cravatta?
Secondo me sì, perché è un elemento mobile. Lo tocchiamo. Lo appoggiamo. Magari ci laviamo le mani e poi lo riprendiamo e quindi ci sporchiamo di nuovo le mani. Questa caratteristica di mobilità ne fa un elemento da tenere in considerazione. La mia è comunque una risposta al ministro ai limiti della battuta: se vogliamo prevenire le infezioni ospedaliere preoccupiamoci anche di cravatte, ma ci sono ben altre cose da fare.
Quindi quella del ministro è solo una battuta…
Quello della cravatta è sicuramente un rilievo che non sorprende, perché è un indumento che, se non viene macchiato, non viene mai lavato. Per cui è sicuramente possibile che sia un ricettacolo per germi, ma bisogna fare dei distinguo. Un conto è il medico in cravatta e camice che lavora in una corsia infermieristica, dove non ci sono malati specificatamente vulnerabili. E’ ovvio che in sala operatoria, in rianimazione, nel reparto ustionati, la cravatta non ha spazio.
Invece i cellulari…
Dei cellulari facciamo un uso un po’ disinvolto. Lo teniamo con noi perché ci possono chiamare. In qualche modo anche in sala operatoria. Anche se i chirurghi se ne privano. Talvolta però può succedere che in aree critiche (dove c’è il paziente in rianimazione o il paziente con pochi globuli bianchi) possono essere effettivamente veicoli di ciò che noi tocchiamo con le mani. E’ ovvio che esiste un minimo di buon senso da questo punto di vista e bisogna rispettare certe procedure che riducono il rischio, purtroppo senza annullarlo del tutto.
State per iniziare uno studio a riguardo
Sì. Si tratta di una sorveglianza per vedere quali microbi troviamo sui cellulari, in funzione anche del tipo di specifica attività che il medico ospedaliero compie.
E in cosa consiste?
Portiamo i nostri cellulari in microbiologia dove, con una sorta di tampone, verificano se sul cellulare sono presenti stafilococchi, streptococchi, tutti quelli che possono essere i protagonisti di un certo teatro microbico tipico delle infezioni ospedaliere.
Secondo uno studio dell’Istituto Spallanzani di Roma, ogni anno le infezioni ospedaliere causano tra i 4.500 e i 7mila morti in Italia.
Non mi sorprende. Però è un fenomeno che non necessariamente deve essere interpretato come una sorta di colpa reale del sistema sanitario italiano. Si tratta di conseguenze che purtroppo hanno una loro incidenza ovunque nel mondo, ma solo con i pazienti vulnerabili. Se il paziente è sano e non ha problemi di anticorpi e globuli bianchi, è fuori rischio. I morti di cui parla lo Spallanzani rappresentano un pò la situazione del ‘piovere sul bagnato’ . Mi spiego: se viene ricoverato un 78enne asmatico con infarti, il poveretto è a rischio. Basti pensare ai germi nell’aria…
Cioè dei fattori inevitabili dunque?
Esattamente.
Di Alessandra Lanzi



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