Cossiga aprì la strada a Berlusconi
Di Giuseppe Morello
Esce di scena un protagonista della Repubblica. L'uomo che ha attraversato indenne, talvolta con l'aria seria, talvolta con ironia, le principali vicende dell'Italia degli ultimi 50 anni. Cossiga ha visto tutto, dalle prime contestazioni studentesche, quando nei cortei lo chiamavano "Kossiga", passando per il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro, quando Cossiga da Ministro dell'Interno visse quei giorni drammatici nella stanza dei bottoni, patendo sempre il sospetto di aver saputo più di quello che diceva e finendo per dimettersi, con un gesto assai raro nella prima Repubblica. Poi la sua ascesa al Quirinale, da dove cominciò l'attività di picconatore, spiazzando tutti e cominciando a sparare a raffica.
Molti lo bollarono come pazzo, in realtà - proprio lui che apparteneva così intimamente alla prima Repubblica e ai suoi paludati riti - stava cominciando a dire certe verità scomode in maniera diretta, senza doroteismi. Si beccò la procedura di impeachment, che poi finì in nulla, ma lui intanto aveva dato la stura alla seconda Repubblica, in qualche modo aprendo la strada al Berlusconi che sarebbe arrivato dopo.
Finito il settennato al Quirinale cominciò a divertirsi, inventando partiti e giocando con la politica, come quando portò D'Alema a Palazzo Chigi.
Dopo quello il periodo più esilarante e più divertente, quello durato fino ad oggi, nel quale Cossiga, come il pazzo del villaggio, ha cominciato a dire una serie di cose che in qualunque altro paese avrebbero fatto venir giù le istituzioni, e che invece la nostra classe politica faceva finta di non sentire. Eppure ogni sua intervista degli ultimi 10 anni era imperdibile e piena di spunti. Di sicuro però Cossiga non ha raccontato tutto, su Gladio per esempio, sull'uso dei servizi segreti, sui rapporti con gli Usa, sulla lotta al terrorismo rosso. Ora se ne è andato, portandosi nella tomba molti segreti.



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