Cortei, studenti in piazza per il loro futuro
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Di Giuseppe Morello
La riforma Gelmini, come hanno notato diversi commentatori (Della Loggia, Salvati, Giavazzi), commisurata allo stato delle cose, non è una cattiva riforma, anzi forse pecca di coraggio. Guardata con occhio sereno ha dei punti non condivisibili ma ne ha molti altri positivi. Ne avete sentito parlare? Naturalmente no, perché il merito delle cose da tempo è un lusso che non vogliamo permetterci.
Su questo sfondo va messa la protesta degli studenti. È chiaro che anche le manifestazioni di questi giorni sono partite dalla riforma come casus belli, pretesto, ma presto è emerso dell’altro che ha fatto scivolare in secondo piano il merito della riforma.
In altre parole, l’impressione è che gli studenti (ma in piazza con loro ci sono anche altre categorie sociali sofferenti) scendano in piazza per denunciare un malessere più generale che riguarda la loro condizione generale. Vogliono essere ascoltati non su questo o quel comma, ma sulle paure per il loro futuro, cercano una sponda che non hanno trovato né nella maggioranza, intenta a difendere la riforma, né nell’opposizione, salita sui tetti solo per guadagnare visibilità e consenso.
Ha colto il punto il Presidente Napolitano: “La protesta pacifica - ha detto - benché spesso sviata da inammissibili violenze, di tanti cittadini nelle strade delle nostre capitali, è una spia di malessere che le democrazie non possono ignorare". La politica però non sa più ascoltare né interloquire: o dice ai ragazzi statevene a casa, o liscia loro il pelo strumentalmente. In mezzo niente. Invece bisognerebbe parlare, spiegare, capire, ascoltare, interpretare, discutere. Sarebbe utile anche a far tacere manganelli e sassaiole. Ma è troppo faticoso, richiede una saggezza e un’intelligenza che da tempo sono evaporate dal nostro Parlamento.



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