La sicurezza supera la privacy
Di Giuseppe Morello
Nelle isteriche oscillazioni tra estremi opposti a cui spesso ci sottopongono i media - e alle quali un po' passivamente anche noi ci lasciamo sottoporre - può accadere che si perda il senso della misura e si finisca per ragionare un po' da stupidi.
Il caso delle telecamere e della privacy è uno di questi. Capita uno stupro in strada e subito sale la richiesta di tappezzare le città di videocamere. Se poi le stesse telecamere rivelano un brandello di vita privata allora scatta l'ossessione opposta: oddio, ci stanno spiando, c'è il Grande Fratello. Ragionare così è stupido, ma anche molto comune.
Non a caso ci sono voluti secoli affinché la logica binaria (zero o uno, bianco o nero, vero o falso ecc.) nelle scienze facesse posto alla cosiddetta logica fuzzy, che ragiona per chiaroscuri, per grigi, riconoscendo saggiamente che la realtà è sfumata e ha i contorni sfrangiati.
È di tutta evidenza che le ragioni della sicurezza non autorizzano a qualunque invasione nella vita privata. Ma è anche vero che l'uso di telecamere, quando maneggiato con tutte le garanzie del caso, è fondamentale. Tre esempi tra i più recenti: giorni fa dalle parti di Frosinone una badante che seviziava a forchettate una anziana è stata incastrata da telecamere, lo stesso è accaduto al ladro seriale di bagagli di Fiumicino e alla maestra d'asilo catanese che maltrattava i bambini. Senza l'uso di videocamere sarebbe impossibile perseguire un mucchio di reati, è inutile nasconderselo. Nessuno vuole il Grande Fratello, ma è altrettanto ingenuo pensare di vivere in un eden in cui non c'è bisogno di sorveglianza. È solo questione di misura, come sostenevano i latini, che la logica fuzzy non la conoscevano ma la praticavano.
giuseppe.morello@affaritaliani.it



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