La marcia indietro di Massimo Ciancimino
Di Pietro Mancini
"Mio padre, don Vito Ciancimino, considerava Silvio Berlusconi la prima vittima della mafia! ". Clamorosa, ma non sorprendente, la marcia indietro, innestata dal figlio dell' ex sindaco, dc e mafioso, di Palermo, in occasione della presentazione del suo libro, dedicato alla vita e all' attività politica, tutt' altro che irreprensibile, del padre, uno dei responsabili della vergognosa speculazione edilizia, che deturpò il capoluogo siciliano tra la fine degli anni 50 e i primi anni 60.
Eppure, solo qualche mese fa, i giornali, in primis, ovviamente, il " Corriere della sera" e "La Repubblica", diedero ampio spazio alle bordate del signor Massimo Ciancimino: "Vi furono rapporti diretti tra Provenzano e l'ex presidente di Publitalia e e stretto collaboratore del Cavaliere, Marcello dell' Utri!".
In quell' occasione, respinto alla porta dell' aula in cui si sta celebrando il lungo e kafkiano processo d' appello al senatore palermitano del PDL, l'ambiguo Massimo rispuntò dalla finestra, proprio quando il dibattimento si stava avviando alla fine, facendo perdere la calma al parlamentare azzurro ("Calunnia solo per salvare la pelle, ma è un mitomane!").
E oggi ecco l' ennesimo capitolo di questo affaire, che avrebbe attirato la penna sarcastica di Leonardo Sciascia, e che fa seguito ad altre sconcertanti vicende: il collaboratore più stretto della Procura di Palermo, nell'inchiesta del sostituto Ingroia, era un maresciallo della Dia, Giuseppe Ciuro, poi condannato per collusione con Cosa nostra e bollato dall'allora capo della Procura, Pietro Grasso, come " un traditore della Repubblica, che un tempo sarebbe stato da fucilare". Ma il dottor Ingroia decise non solo di non astenersi dal dibattimento di primo grado, ma mise sotto inchiesta, per calunnia, un collaboratore di giustizia, che aveva accusato di mendacio i pentiti anti-Dell'Utri.
Le prospettive, per il senatore palermitano, sono tutt'altro che favorevoli. In altri processi, come quello che vide alla sbarra l'ex ministro democristiano, Calogero Mannino (dopo un anno di dura detenzione preventiva), la Corte sentenziò: basta che un boss si aspetti che un politico faccia qualcosa, pur senza effettivamente farla, per concretizzare il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Quel tanto discusso "reato di chiacchiera", come ebbe a definirlo Giulianone Ferrara, sulla cui base l'allora capo della procura di Palermo, Gian Carlo Caselli, e i suoi sostituti misero sotto inchiesta Andreotti, Musotto, Carnevale e altri personaggi meno noti, tutti poi assolti, al termine di calvari, decennali e costosissimi, per loro e per la giustizia.
Una tendenza processuale, quella in auge nella lunga gestione di Caselli, da sempre molto vicino a Luciano Violante, opposta a quella dei compianti Borsellino e Falcone, che nelle loro istruttorie non presero mai per oro colato le esternazioni dei pentiti, sottoponendole a rigorose verifiche investigative. E che - ne sono certo - avrebbero messo alla porta Massimo Ciancimino, ove avesse definito, come ha fatto, il coraggioso giornalista e scrittore, esperto di mafia ed ex senatore (prima del Psi e poi di Forza Italia), Lino Jannuzzi, uomo vicino ad "ambienti dei Servizi".
Oltre che accendere i riflettori sul caso Dell'Utri (ha ragione il sottosegretario Mantovano quando invita il finiano Granata a dire, con chiarezza, senza ricorrere a tortuosi equilibrismi dialettici, se ritiene il suo collega, di partito e di maggioranza, un mafioso) e su altri casi di malagiustizia, con imputati meno noti, l'attuale maggioranza parlamentare e i settori garantisti dell'opposizione non dovrebbero sprecare l'occasione per dimostrare agli italiani, e in primo luogo ai meridionali e ai siciliani onesti, come i teoremi politico-giudiziari siano assurdi, grotteschi e offensivi, in primis per la gente perbene delle regioni del Sud.
Mentre, da una parte, si tende a demonizzare, a definire "mafioso" tutto il Mezzogiorno, occorre, dall'altra, evitare di firmare cambiali in bianco a quelli che il grande scrittore siciliano ed ex deputato pannelliano, Leonardo Sciascia, ebbe a definire i " professionisti dell'Antimafia ", della gestione non trasparente dei pentiti, della giustizia militante e resistente al governo e al Parlamento.



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