In carcere dopo 17 anni. "Uccise Maria Armando". Choc a Verona
Un pugno al volto, ventuno coltellate e un'orribile sevizia. Maria Armando fu uccisa così nel suo appartamento di San Bonifacio (Verona), il 23 febbraio del 1994. E a 17 anni dall'omicidio ora arriva la svolta: i giudici della Corte di Cassazione hanno dato il via libera all'arresto di uno dei presunti responsabili di quel crimine. Si tratta di Alessandra Cusin, trentasettenne veronese residente a Padova, disoccupata, un passato da tossicodipendente. Contro di lei e contro altri quattro ragazzi di allora, fra cui le due figlie della vittima, il pubblico ministero di Verona, Giulia Labia, nel febbraio scorso aveva chiesto il carcere ipotizzando per tutti il delitto premeditato.
Movente? L'eredità: l'appartamento e pochi denari, proprio come Pietro Maso tre anni prima, a qualche chilometro di distanza. La richiesta d'arresto del pm, basata su una sorprendente intercettazione ambientale del 2010 nella quale Alessandra confessò al fidanzato il delitto, ha dovuto però fare i conti con un tortuoso cammino giudiziario. Prima la bocciatura del gip di Verona, basata su una questione tecnica e cioè l'inutilizzabilità dell'intercettazione perché effettuata quando l'indagine non era stata ancora formalmente riaperta; poi, nel maggio scorso, il Tribunale del Riesame di Venezia che dette in parte ragione al pm: sì all'arresto di Alessandra Cusin considerata "la sua rilevante pericolosità sociale, avendo dato ampia prova di non tenere in alcuna considerazione (...) il bene primario dell'altrui incolumità".
Nella conversazione registrata lo scorso anno Alessandra proponeva infatti al convivente di uccidere per soldi anche gli anziani zii veronesi. No, invece, all'arresto degli altri quattro, le figlie di Maria, Katia e Cristina, il fidanzato di quest'ultima, Salvador, e l'amica Marika; per loro non sussiste il pericolo di reiterazione del reato e, in ogni caso, il solo elemento a carico sarebbe l'intercettazione, troppo poco per procedere all'arresto, scrivono. Restano comunque tutti indagati.
Ma cosa ha rivelato Alessandra? Ecco il testo della conversazione registrata: "Il brutto è che quando ci ha aperto avevamo guanti e tutto quanto... L'ha vista lì, quell'altro che era con la Marika è andato giù di brutto, proprio, subito il pugno in faccia che l'ha stordita... gli tenevano la testa e l'ha finita... credimi è una cosa che mi resterà per tutta la vita... quei momenti lì".
SI E'INVENTATA TUTTO- Quando Alessandra ha saputo dell'indagine e dell'intercettazione si è disperata: "Ma no no no, mi ero inventata tutto con Mauro (l'amico e convivente, ndr ) - ha detto in un'intervista al Corriere -. Ero invaghita di lui e temevo di perderlo e così, siccome mi diceva che non se ne faceva nulla di una mammoletta, ho voluto farmi vedere forte". Insomma, qualcosa di grottesco. La Cassazione, alla quale si è appellato l'avvocato di Alessandra contro il Riesame, ha però stabilito che il pm può procedere. E così i carabinieri, giovedì sera, l'hanno rintracciata a Padova e portata nel carcere di Verona.
MA IL FRATELLO DELLA VITTIMA: "AMMISSIONE PILOTATA"- La sua opinione, da quella maledetta sera di 17 anni fa, Cesare non l'ha mai cambiata. «Non ho certezze, ma soltanto sensazioni. Mia sorella non può essere stata uccisa da uno "squadrone della morte", è stato qualcuno che aveva libero accesso all'abitazione. E in quella casa, oltre a lei, vivevano soltanto sua figlia Katia e il suo amante, Alessio Biasin». Cesare Armando è il fratello di Maria, la donna trovata ammazzata in quell'appartamento di via Giolitti a San Bonifacio, nel 1994.
In tutti questi anni ha seguito con attenzione l'evolversi delle indagini e alla notizia dell'arresto di Alessandra Cusin reagisce con un po' di stupore e molti dubbi. «Adesso i giudici dicono che può andare in carcere in base a delle intercettazioni, ma io ho molti dubbi su quelle registrazioni. Non ho idea di quali vantaggi possa avere ottenuto lei personalmente, ma credo che quella sia stata una conversazione pilotata. Come è possibile che una persona rimanga in silenzio per più di dieci anni e poi, dalla mattina alla sera, decida di parlare di quel che è successo e di rispondere a tutta una serie di domande senza nemmeno insospettirsi un pochino? Ho come l'impressione che abbia detto esattamente quello che qualcuno aveva bisogno di sentirsi dire per poter chiudere una volta per tutte questo caso».


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