Anoressia/ Il calvario delle famiglie: ''Mia figlia si faceva il bagno bendata''. Lo speciale di Affari

Martedì, 23 settembre 2008 - 10:20:00

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Di Floriana Rullo

“Struggente è vedere la propria figlia diventare una fiamma scolorita quando la si vorrebbe accesa e vivace… E’ logorante sentire discorsi come ‘Non ha più senso vivere’…” Chi parla è il padre di una ragazza che da otto anni soffre di anoressia e bulimia, una malattia che “toglie il cuore”. Cinquant’anni, imprenditore, vive con la sua famiglia, moglie e altri quattro figli, in Veneto. E’ membro dell’associazione “Fenice” una onlus che, a Portogruaro e in altre parte d’Italia, si propone di sostenere le attività dei servizi e di sensibilizzare l’opinione pubblica in merito ai disturbi del comportamento alimentare e del peso.



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Sua figlia ha cominciato ad ammalarsi a 14 anni. “Dapprima tenti di ostacolare alcuni comportamenti, cerchi di capire con i pochi strumenti che hai… Ero completamente ignorante, per me un anoressico era un appestato, non ne sapevo nulla. Tante cose sentite dire, ti affidi a voci… E’ come un terremoto che chi non ha sentito mai non sa cos’è…”.

 



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Un terremoto che sconquassa e mette a dura prova anche le relazioni all’interno della famiglia: non sempre c’è identità di vedute tra i coniugi e neanche i fratelli sono risparmiati, davanti a quegli atteggiamenti che sulle prime si è portati a bollare, anche con una certa insofferenza, come capricci e bizzarrie di un’adolescente. “Anche qui un calvario”, racconta il genitore. “Il peso era il problema principale di mia figlia, lo studio ha cominciato man mano a passare in secondo piano”.

 All’inizio, per i primi 2-3 anni, tutto è dissimulato: Viviana (il nome è di fantasia) si affretta ad alzarsi da tavola, comincia ad avere sbalzi d’umore, “modi non cordiali né corretti”, è meno serena e tende a rinchiudersi. Si cerca di parlare, ma non si trovano risposte. Anche i ritmi di vita sempre di corsa, tra lavoro e scuola e mille altre attività, non aiutano. Si cerca di assecondare, anche di minimizzare sperando che si tratti di un periodo passeggero di difficoltà, come succedono nella fase adolescenziale, ma passa un anno e “intanto il problema acquisisce un’altra pedina”, si carica di nuovi comportamenti deviati che i genitori non sono in grado di interpretare. Finché, verso i 17-18 anni, “il vaso tracima”.

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