Animali/ La “violenta” industria delle pellicce si scaglia contro i manifesti della campagna informativa della Fondazione Brigitte Bardot
È partita anche la campagna informativa della Fondazione Brigitte Bardot, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla strage di animali “da pelliccia”. Una serie di emblematici manifesti è stata esposta nei giorni scorsi a Parigi e in altre città della provincia.
In questi manifesti sono ritratte tre diverse scene in cui delle persone - una giovane donna con un gilet e borsa in pelliccia di coniglio, un ragazzo che indossa un giubbotto con un cappuccio bordato di pelliccia e una donna in pelliccia intera – stanno in piedi di fronte agli animali uccisi tenendo un’arma in mano a significare che, in qualche modo, è come se fossero loro gli uccisori. Le frasi riportate sono molto esplicite: “Io sono una vittima della moda. Proprio come voi” dice la donna con il gilet di coniglio.
Oppure: “Guarda come sono Chic. Questo val bene il tuo sacrificio” dice la donna con la pelliccia di foca. Ironia della sorte, l’Associazione Francese Pellicciai ha violentemente reagito presentando un reclamo formale all’Autorità per la Disciplina Pubblicitaria Professionale denunciando “violenza” della campagna. Forse ai signori pellicciai è sfuggito qualcosa: preoccupati unicamente dal possibile mancato guadagno se, finalmente, la gente si decidesse a non indossare più capi confezionati in questo modo, non si turbano invece minimamente di quello che c’è dietro alla produzione di una pelliccia.
E dietro cosa c’è? Violenza, orrore, sangue, dolore, pazzia e terrore. Il tutto per mantenere “vivo” un mercato sorretto ancora dai pochi che girano la testa dall’altra parte facendo finta che il problema non li tocchi. Ma sono più di 50 milioni gli animali sacrificati ogni anno in nome della moda e della stupida vanità umana. E poi, in un mondo che sempre più abbraccia la cosiddetta Green-Philosophy, l’industria della pelliccia altamente inquinante è una spina nel fianco.
Alcuni produttori pare abbiano iniziato a indicare l’origine tracciabile dei loro prodotti, dopo le notizie giunte dalla Cina e altri paesi sul trattamento riservato agli animali (compresi cani e gatti) scuoiati vivi. Una dubbia tracciabilità visto che proprio pochi giorni fa sono stati sequestrati a Parigi oltre 4.000 cappotti con colli e cappucci con pelliccia di cane e gatto che recavano l’etichetta “pelliccia sintetica”. È chiaro che i pellicciai “devono” difendere i loro interessi, ma se il mercato (leggi: consumatori) non richiedesse più le pellicce allora potremo dire che forse ci stiamo avviando verso un mondo migliore e questi signori, per non restare disoccupati, potrebbero semplicemente convertire il loro business in prodotti ecologici e più “umani”.
Luigi Mondo & Stefania Del Principe



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