Torino/ “L’umanità? Riemerge solo sui giornali”. L'analisi

Lunedì, 26 settembre 2011 - 14:16:15

Giovanni Maria Ruggiero (Medico Chirurgo, specialista in Psichiatria e in Psicoterapia Cognitiva)

La notizia del suicidio di una donna in un locale di Torino, unita all’annotazione che gli avventori hanno continuato a consumare i cocktail, ci fa riflettere su come la nostra mente -e il nostro cuore- reagiscono alle circostanze e alle situazioni. Naturalmente il particolare degli avventori del locale che continuano indifferentemente la loro serata, indifferenti alla donna, è inquietante. Si tratta di un tipo di notizia ricorrente, simile al morto in spiaggia circondato da bagnanti che continuano a divertirsi o all’aggressione in metropolitana che avviene nell’indifferenza dei passanti. Il lettore non può rimanere che sgomento per la mancata reazione di soccorso o di raccoglimento dei presenti di fronte alla violenza o alla morte.

Chi voglia commentare notizie come questa corre un rischio, il rischio di limitarsi al biasimo della decadenza morale del tempo presente. Occorre invece chiedersi come sia possibile che lo stesso evento scritto su carta appaia terribile e invece, a chi lo ha vissuto dal vivo, sia sembrato insignificante, fastidioso, oppure talmente angosciante da generare una indifferenza congelata, da animale terrorizzato.

Il nocciolo è comprendere la natura dei luoghi dove avvengono questi fatti: la spiaggia, il locale notturno, i marciapiedi di una grande città, la metropolitana. Sono dei cosiddetti non luoghi, in cui ci reca per usufruire di un servizio, ludico o lavorativo, e in cui la relazione sociale è di tipo “funzionale” e non affettiva, cioè tesa a un obiettivo. In questi luoghi vige un patto: si è qui per ottenere e/o realizzare qualcosa, e per ottenere questo obiettivo ci si incontra, si familiarizza e perfino ci si vuole un po’ bene (e un po’ male) ma comunque ognuno rimane libero e autonomo di fare e sentire e pensare quel che vuole con l’unica limitazione di infrangere la libertà altrui. Non vi sono ”valori” condivisi, vale a dire non ci si incontra per condividere un’idea o un sentimento. Di conseguenza non ci si controlla a vicenda, non si conversa per sapere cosa pensi e cosa senta l’altro. Su conversa semmai brillantemente del niente o riducendo a niente anche ciò che è significativo, un po’ per mettersi alla prova prendendosi vicendevolmente in giro e un po’ per scambiarsi informazioni, battute, pettegolezzi. Si gioca insomma il gioco sociale, ma sempre da una base di forte autonomia. È insomma la società delle buone maniere, sia pure vissuta non più nel salotto al ritmo di valzer ma in locali con luci psichedeliche e musiche ritmiche e martellanti. Ma già il valzer, a pensarci bene, era una musica molto ritmica. L’eccitazione del ballo e del corpo si accompagna alla freddezza delle menti.

In questa situazione di educata estraneità reciproca è evidente che eventi come la violenza e la morte non possono avere posto. La situazione è sociale ma non comunitaria. Gli avventori di un locale, i bagnanti di una spiaggia, o –peggio- i viaggiatori della metropolitana non sono una comunità organica che condivide valori e si sente parte di un gruppo che sia qualcosa in più dei singoli componenti. Al contrario, in queste situazioni il gruppo è qualcosa di meno di ogni singolo individuo. Si è lì insieme per lavorare o divertirsi, niente di più. Di conseguenza l’altro è un collaboratore di gioco o di lavoro, ma non un compagno. E la sua umanità è un potenziale fastidio, perché essa mette a rischio la gelida funzionalità della relazione. Se l’altro improvvisamente mostrasse una delle sue umane debolezze di uscirebbe fuori dal patto funzionale di lavoro o di gioco, e si sarebbe costretti a incontrare un uomo o una donna con tutti suoi bisogni affettivi e sentimentali.

Insomma, si è li a bere un cocktail, a prendere il sole in spiaggia o ad affrettarsi in metropolitana. In quelle situazioni non è facile capire cosa esattamente fare con qualcuno che si senta male o chieda il nostro soccorso. Soprattutto se a sua volta chi sta male lo fa in maniera beneducata e non plateale. La donna che si è suicidata a Torino pare lo abbia fatto nel bagno, quasi non volendo disturbare la serata altrui. Senza contare che, nella società moderna, vi sono figure specializzate a cui è affidata la responsabilità del soccorso; il bagnino, il medico, l’infermiere, la guardia, il poliziotto. Improvvisarsi infermieri o bagnini è non solo fuori luogo, ma anche inutile se non dannoso.

Insomma, è un problema di percezione del contesto psicologico. Situazioni diverse generano reazioni diverse e letture diverse delle emozioni. E allora si può assistere al fenomeno straniante che lo stesso evento di violenza o di morte, che da vivo non genera solidarietà o soccorso, lo genera invece una volta letto sul giornale. E l’umanità della vittima, liberata dalla situazione concreta, riemerge.

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