Amanda e Raffaele: la giusta sconfitta della psicologia

Martedì, 4 ottobre 2011 - 12:45:03

Di Giovanni Maria Ruggiero (Medico Chirurgo, specialista in Psichiatria e in Psicoterapia Cognitiva)

Il verdetto assolutorio per Amanda e Raffaele ci insegna una cosa. Che tra psicologia e giustizia c'è una relazione difficile e piena di incomprensioni. La giustizia persegue una verità giuridica, in cui non conta tanto stabilire ipotesi su una verità plausibile, ma comprendere se ci sono le condizioni minime per condannare qualcuno. Insomma, se ci sono le prove incontrovertibili e al di là di ogni ragionevole dubbio. La psicologia, invece, per sua natura produce ipotesi sul carattere, sulla personalità e sulle emozioni. Insomma su scenari potenziali, idee su quel che potrebbe accadere, su quel che plausibilmente potrebbe essere successo. Questo modo di procedere è particolarmente pericoloso nel processo giudiziario. È facile abbandonarsi a idee acrobatiche sulla personalità degli imputati, sulla loro natura più o meno maligna, sulla capacità o meno di provare il desiderio di uccidere.

E così via. Ma la verità giudiziaria non cerca di stabilire se qualcuno è capace di uccidere (e chi non lo è, a certe condizioni?) e nemmeno se qualcuno ha ucciso. La verità giudiziaria ci dice se e solo se ci sono le prove che ci consentono di dire con perfetta sicurezza e al di là di ogni ragionevole dubbio che quella persona ha ucciso. Se non ci sono, il resto non vale nulla. Non valgono le valutazioni psicologiche, non vale l'impressione che gli imputati non ci convincano o non la contino giusta. Tutto questo è aria, fuffa. Psicologia nel senso peggiore del termine.  

Inoltre, questi casi giudiziari contengono in sé il seme di un pericolo. Il pericolo del rito del capro espiatorio. Il capro espiatorio è un meccanismo psicologico ben noto, la cui funzione è di prendere su di sé i conflitti tra le persone quando diventano intollerabili. Tra i tanti che lo hanno studiato, c'è l'antropologo Renè Girard. Per Girard, gli uomini riescono a riconciliarsi tra loro unendosi nell'odio per qualcun altro, un capro espiatorio che carichi su di sé non il male del mondo, ma l'odio del mondo. Odiando qualcuno riusciamo a superare le antipatie e le incomprensioni, sia pure nell'entusiasmo passeggero della folla che riconosce finalmente in qualcuno l'origine di tutti i mali, di tutti i contrasti, di tutte le incomprensioni, di tutti i conflitti e delle discordie e dei limiti e dei difetti personali che ci separano quotidianamente l'uno dall'altro.
Per questo è bene che la psicologia rimanga ancella della giurisprudenza, senza pretendere di sostituirla. E per questo, alla fine del processo Knox-Sollecito, è bene dire che abbiamo assistito a una felice sconfitta della psicologia.

Per approfondire: "Amanda Knox e il rito del capro espiatorio"

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