"Abusi e processi, Forteto era un incubo". Le vittime mettono nei guai il 'profeta'

Dopo l'arresto del "profeta" Rodolfo Fiesoli, sta uscendo di tutto dall'inchiesta dei carabinieri della compagnia di Borgo San Lorenzo. "Costrizioni, vessazioni, abusi, offese, umiliazioni, soprusi e sevizie di tipo fisico e psichico". E le vittime di quella che doveva essere una comunità di recupero per giovani disagiati iniziano a raccontare le loro drammatiche storie.
Sono state le parole di un ragazzo di 24 anni a far partire le indagini. Il giovane è stato per 12 anni al Forteto e oggi è stato affidato a una famiglia insieme al fratello più piccolo. Quando aveva ancora meno di dieci anni, aveva subìto abusi sessuali da parte di un amico di famiglia e sperava di trovare conforto al Forteto, cosa che non è successa.
Nel dicembre 2008, quando voleva scappare dal Forteto dopo una crisi personale, Fiesoli tentò di abusare di lui nella sua camera da letto. "Faceva leva sulle mie paure e debolezze, cercando di convincermi che i gesti di affetto ambigui erano gesti normali e che non c’era nulla di male. Vi era un tentativo di manipolare la mia coscienza, diceva che era arrivato il momento di affrontare i problemi legati alla materialità e al corpo. Al mio rifiuto Fiesoli ha cominciato a dire che non volevo affrontare i problemi, che non mi fidavo di lui, facendomi sentire terribilmente in colpa".
Quando confidò ad alcune persone le violenze, una di loro disse che "le sue iniziative andavano accettate per fede, perché ci si doveva credere e che il Fiesoli non provava piacere nel fare certe cose ma perché i ragazzi potessero affrontare l’omosessualità che si portavano dentro".
Il gip Giuseppe Quattrocchi dipinge colui che si faceva chiamare "il profeta" come un uomo animato da "smania di potere, interessi personali, egocentrismo, mancanza di rispetto, se non disprezzo per gli altri e i loro sentimenti, accompagnato da un forte senso di sè, che lo ha portato a paragonarsi a Dio in terra e al profeta".
Le parole delle vittime e quelle di altri testimoni raffigurano un luogo chiuso e impenetrabile. Se qualcuno prova a scappare si fa leva sui sensi di colpa, se qualcuno prova a ribellarsi finisce nella rete dei cosìdetti "chiarimenti", cioè dei veri e propri processi: "Ti mettono seduto, ti viene contestata una cosa e tu devi stare lì a spiegare. A volte stavamo ore per giustificarci. Per poter superare il tutto gli dicevamo quello che si volevano sentir dire".
E poi "lavaggi del cervello" per mettere le vittime contro i genitori, accusati di violenze sessuali. Nelle parole delle vittime quello è un universo chiuso, fatto di amori omosessuali imposti e regole rigide. "Una volta che entri lì dentro, il mondo fuori non esiste più", racconta qualcuno.


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