Stragi, La Barbera era a libro paga del Sisde

Mercoledì, 9 giugno 2010 - 17:55:00

Di Francesco Oggiano

Perché il superpoliziotto antimafia che doveva indagare sulle stragi di Falcone e Borsellino era a libro paga del Sisde? Perché i familiari di Scarantino dicono che il mafioso venne torturato per dire talune cose e per tacerne altre? E per quale motivo all'Addaura c'erano due pezzi di Stato, uno per troncare la vita a Falcone e uno per salvargliela?

L'AGENDA NERA - Sono tutte domande cui uno Stato che si rispetti dovrà rispondere, prima o poi. Sono domande che puzzano. Il loro veleno sta corrodendo da diciotto anni le strutture che sostengono la democrazia italiana. I due giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza se le pongono ne L'Agenda Nera della Seconda Repubblica (Chiarelettere, euro 15), saggio che rappresenta la continuazione de L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino, pubblicato nel 2007 dagli stessi autori. Se quest'ultimo raccontava giorno dopo giorno gli ultimi due mesi di vita del giudice, L'Agenda Nera racconta i diciotto anni che hanno seguito la sua morte: ricostruisce i retroscena della strage, racconta le indagini che ne seguirono, i processi, la fiera di dichiarazioni, ritrattazioni, arresti e minacce. 

LA BARBERA, IL POLIZIOTTO PAGATO DAL SISDE - Al confine della zona grigia c'è lui, fonte "Catullo". Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo poi promosso capo della squadra investigativa incaricata di far luce sulle stragi, era uno 007 pagato dal Sisde. I pm di Caltanissetta ne sono sicuri: hanno visto il suo nome e la sua faccia in uno degli album fotografici dell'Aisi (l'Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna, ex Sisde). Indagavano sui depistaggi di via D'Amelio, cercavano tutti gli agenti sotto copertura in Sicilia tra gli anni 80 e 90, e si sono trovati davanti La Barbera. L'ex capo della sicurezza personale di Giovanni Falcone risulta stipendiato fino al 1987, poco prima del suo sbarco a Palermo.

SCARANTINO, IL FALSO PENTITO - La Barbera fu uno dei primi accusatori di Vincenzo Scarantino, il falso pentito che si è appioppato il furto dell'auto che servì per la strage di via D'Amelio. La domanda è: perché Scarantino, poco meno di un manovale di Cosa Nostra, ha mentito in tutti questi anni? Da chi fu costretto a mentire? I pm hanno iscritto nel registro degli indagati tre funzionari di Polizia che erano molto vicini a La Barbera. I tre sono sospettati di aver "costruito a tavolino" una versione della strage di via D'Amelo completamente falsa. Per farlo si sono serviti di Scarantino, costringendolo a mentire, anche con metodi "forti". "Cibo scarso e con i vermi, tentativi di intimidazione attraverso punture con un misterioso liquido che contiene il virus dell'Aids, minacce di morte tramite impiccagione, divieto di lavarsi e di dormire, secchi d'acqua gelida lanciati addosso, ma anche promesse di denaro". Sono queste le pressioni che secondo i familiari di Scarantino sono state utilizzate per strappare una confessione impossibile. Secondo i pm, dietro le dichiarazioni del mafioso potrebbe celarsi un progetto eversivo per nascondere i mandanti occulti della strage.

IL FALLITO ATTENTATO ALL'ADDAURA - La scoperta della fonte "Catullo" potrebbe anche fare luce su un altro episodio: il fallito attentato dell'Addaura. Nell'estate dell'89 venne trovata una borsa imbottita di dinamite che doveva far saltare in aria il giudice Falcone. Su quella scogliera, si scoprirà dopo, c'erano due pezzi dello Stato: uno che stava per azionare la bomba, e uno che la disinnescò. I due poliziotti incaricati del disinnesco erano Nino Agostino ed Emanuele Piazza. Entrambi collaboratori del Sisde, entrambi assassinati poche settimane dopo. Da chi? E perché? Pista passionale, si disse all'inizio. Balle. Il vero depistaggio iniziò la sera stessa dell'omicidio di Agostino. Una pattuglia della polizia capitanata dall'ispettore Guido Paolilli si precipitò a casa sua, la mise sottosopra e ne uscì con un fogliettino che parlava di gelosie tutte siciliane. Per molti invece la chiave dell'attentato all'Addaura e dell'omicidio di Agostino sta in altri fogli. Appunti sparsi, che dovevano restare sparsi e nascosti. Chissà, forse quegli stessi appunti di cui parlava lo stesso Paolilli anni dopo. Quando, intercettato, disse al figlio: "In quell'armadio di Agostino c'erano carte che ho distrutto". Era quello, l'armadio in cui lo Stato italiano nascose i suoi primi scheletri?

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