Adolescenti/ "Bisogna prevenire l'anoressia già nelle scuole" L'intervista a Emanuel Mian, psicologo esperto di disturbi alimentari
Anoressia e bulimia, sono la prima causa di morte tra le giovani italiane di età compresa tra i 12 e i 25 anni. Ma perché le giovanissime si trovano ad affrontare un così difficile rapporto con il cibo? Affaritaliani lo ha chiesto allo psicologo Emanuel Mian, esperto di Disturbi del Comportamento Alimentare, responsabile dell'Unità per i DCA della Clinica Salus Alpe Adria di Udine
Dottor Mian che cosa rappresenta il cibo per una ragazza anoressica?
"Il disturbo alimentare è solo il sintomo che tutti possono vedere. Ma è solo la punta dell'iceberg che nasconde invece un più profondo disagio esistenziale. Il cibo viene visto come un nemico nei confronti di un corpo che deve essere necessariamente controllato per apparire più attraente. Questo sposta l'interesse e il desiderio di risolvere gli altri eventi della propria vita che meriterebbero, invece, attenzioni specifiche.".
Ma perché arrivare al punto di morire di anoressia o bulimia?
"Il motivo è semplice. Nel caso dell'anoressia, si inizia perdendo qualche chilogrammo. Ma poco per volta la situazione sfugge di mano: vomitare, non mangiare, o fare un'attività fisica smodata divengono un automatismo, una sorta di rituale. Per quanto concerne, invece, la bulimia e il Binge Eating Disorder (Sindrome da Alimentazione Incontrollata) la fame è nervosa e l'utilizzo del cibo avviene per far fronte alle situazioni che ogni giorno si devono fronteggiare. Tutti i soggetti che presentano un disturbo alimentare hanno bassa autostima, un'alta intolleranza alle emozioni. Purtroppo in Italia però, almeno al momento mancano le strutture attrezzate per la gestione di questi malati. Ciò comporta una diagnosi non tempestiva, trattamenti non sempre adeguati e per forza di cose ci si trova davanti ad un numero crescente di cronicizzazioni e decessi.".
Quali sono allora le soluzioni possibili per curare queste patologie?
"Oltre all' esigenza di aumentare il numero delle strutture che applichino un approccio multidisciplinare, che prenda dunque in causa tutte le figure professionali di riferimento per i DCA (psicologo, nutrizionista, psichiatra e internista), sarebbe fondamentale riuscire a fare in modo che queste stesse strutture comunicassero tra loro, condividendo metodiche di diagnosi e cura. È utile infine non perdere di vista una necessaria e strutturata prevenzione nelle scuole, che fornisca non solo informazioni sui disturbi in sé, ma offra adeguati strumenti comunicativi che consentano ai giovani di integrarsi socialmente in maniera sana.".
Di Cinzia Lacalamita



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