Una vecchia amica di Ferrara
Aristide Gambia pensava a volte, in particolare nei periodi di malinconia, che se avesse obbedito meno al buon senso e piú alle furibonde esigenze del cazzo avrebbe scopato tutti i giorni e a ogni ora dentro qualsiasi buco consenziente, soprattutto nella fica tra le cosce delle femmine, brodosa o secca, stretta o larga, sporca o profumata.
Non che Gambia disprezzasse il buon senso. Era contento della sua vita sessuale regolata da relazioni d'amore lunghe, due matrimoni, pochi eccessi. Ai suoi occhi un uomo veramente assennato doveva imparare presto a trattenere la voglia di espellere sperma di continuo e dedicarsi agli obblighi e ai riti della civile convivenza: per esempio il lavoro, la gestione dei beni, andare al cinema, leggere un libro, ascoltare musiincontrare amici, debellare nemici, parlare di politica o di calcio, guardare la tv, fare le vacanze quando è tempo di -.-acanza. Il buon senso per lui era l'argine contro le pretese scombinate dei cinque sensi, la sentinella che sapeva dire al momento giusto: amici miei, basta, se esagerate a toccare, assaporare, fiutare, guardare, ascoltare per dare sempre e soltanto soddisfazione al cazzo, il piacere si rovescerà in dispiacere e il godimento in ribrezzo funerario.
L'aveva pensata cosí fin da ragazzo e perciò si era sposato giovanissimo, desiderava una vita regolata con una donna nel letto tutte le sere. Nina, aveva detto programmaticamen:e a sua moglie, ti voglio un sacco di bene, facciamo l'amore quanto piú possiamo, ma soprattutto lavoriamo per il futuro nostro e dei figli senza metterci reciprocamente i bastoni tra le ruote. Il matrimonio, però, era entrato in crisi poco dopo la nascita di Iole e lui aveva avuto un periodo breve di trasandatezza. Niente di che comunque, si era innamorato presto di un'altra donna, Stefania che tutti chiamavano Ste, e avevano deciso di vivere insieme. Per qualche lustro ogni cosa era filata liscia: lavoro, attività sessuale, l'arrivo di due gemelle. Dopo, per brutte questioni di soldi, per noia, per le curiosità sue e forse di Ste, la convivenza aveva cominciato a non reggere piú e lui in particolare s'era perso dentro relazioni che, seppure brevi, lo rendevano inquieto, gli facevano sprecare moltissimo tempo.
Alla fine si era imbattuto in Leonora.
Ah, Leonora, che donna meravigliosa, quanto l'aveva amata.
Era stata una bella felice esperienza. Ma lei - quando ? quattro o cinque anni dopo la nascita di Alduccio ? a un paio d'anni di distanza dal loro matrimonio celebrato con rito civile e un'allegra festa di nozze zeppa di parenti, amici, ex amanti, ex mogli, figli ? - era rientrata una sera al momento sbagliato e lo aveva sorpreso mentre scopava in piedi con Lina, un'amica che ogni volta che poteva si prendeva cura del loro bambino. Brutta storia. Era la prima volta che la tradiva, glielo aveva giurato con tutte le formule e con tutte le tonalità, le aveva anche chiesto perdono mormorando tra le lacrime: è stata una cosetta di cinque minuti, Nora, Norina, Noretta, e per di piú con una che conosco da quasi due decenni. Ma ogni proclama sull'inconsistenza dell'evasione era stato inutile e la rottura si era rivelata definitiva.
Ora Gambia, a cinquantasette anni quasi cinquantotto, non si aspettava altri cambiamenti. Lavorava molto, era spesso in viaggio, ospitava nel suo letto Raffaella detta Lina (quella con cui aveva tradito Leonora), colta signora che gli voleva bene senza pretese da moltissimo tempo, non lo aveva mai respinto quando aveva avuto bisogno di conforto e da qualche mese, due anni esatti dopo la rottura con Leonora, si era stabilita da lui con discrezione.
Certo, c'erano queste fasi d'umor nero, ma erano poca cosa. Parevano il rimpianto che ti prende, dopo una cena tutto sommato lauta, per essere stato troppo composto, per non aver goduto del cibo selvaticamente, scempiando le pietanze con mani e bocca, fino a scoppiare. Il suo, per capirci, era il rammarico languido di chi per qualche secondo mette a coni ronto la sua esistenza, piena ma comunque frenata, con quella ,frenata dei protagonisti di certi libri della giovinezza, con il sogno di perdere i margini e sregolarsi soprattutto nel piacere sessuale, e perciò rimpiange di non avere mai veramente ecceduto, di non aver mai infilato uova sode appena sgusciate in una vagina, di non aver mai ficcato il coso tosto dentro una fessa appena fottuta da altri mentre un tizio da dietro ti sguarra il mazzo, di non aver mai confuso cazzi e fiche e buchi del culo e bocche e lingue e bave e sperma e sangue, smarrendo l'orientamento sessuale e, insieme, il senso di sé.
Un giorno di tardo autunno Ari andò al lavoro svogliatamente. Viveva a Roma da ventinove anni (aveva lasciato definitivamente Napoli, la sua città natale, alla fine degli anni Sessanta) e si occupava ormai da quasi un quindicennio del settore scolastico di una grande casa editrice. Non era annoiato o arrabbiato, ma in quello stato di mala contentezza in cui, come si è detto, gli capitava di trovarsi ogni tanto. Sedette al suo tavolo, fece qualche telefonata urgente e poi guardò la posta che ogni mattina la segretaria gli sistemava sul tavolo. Notò subito una busta senza mittente, con l'indirizzo a penna. Dentro trovò una lettera che diceva:
Caro Aristide,
tu sicuramente non ti ricordi di me e, devo dire subito, io stessa conservo di te soltanto l'impressione del tuo cazzo mentre mi si faceva duro nella mano. So che questa lettera è inutile ma ho deciso di provarci lo stesso. Sono napoletana anch'io, nata e cresciuta a Mater-dei, ma per una serie di circostanze di cui ora non vale la pena parlare a diciotto anni sono finita a Ferrara. Cí siamo conosciuti proprio in questa città, nella primavera del 1965.
All'epoca lavoravo per l'avvocato Nardino Ursi, gli tenevo in ordine uno schedario dentro cui raccoglieva tutto ciò che compariva su Napoli in riviste e giornali. Ursi, personalmente, con la nostra città aveva poco o niente a che fare, era nato e cresciuto a Ferrara, ma sua madre, che era morta giovane, era invece napoletana. Cosí prima gli era venuta la smania di sapere tutto su di lei, poi sul quartiere dove era vissuta, e infine sull'intera città. Il risultato era un grosso manoscritto che contava di pubblicare presso una piccola casa editrice naturalmente napoletana, foraggiata da un suo conoscente palazzinaro.
L'avvocato era un uomo ingrugnato, molto nervoso, schiacciato da un lavoro che detestava. Teneva moltissimo a quel libro, sul resto della sua vita non faceva che sputare veleno. Bene, una mattina è successo che mi ha mandata alla stazione per accogliere un tale che veniva apposta da Napoli a discutere del suo dattiloscritto. Detestavo Ursi, detestavo il lavoro stupido che facevo. Sono arrivata alla stazione agitatissima, con un cartello su cui avevo scritto DOTTOR GAMBIA. Ti sei avvicinato tu.
Mai visto un ragazzo piú brutto. Per di piú ti davi un sacco d'arie, parlavi della tua casa editrice - si chiamava Sillabario, mi pare, o Sillabe o Sillabo - come se fosse Einaudi, Mondadori o Feltrinelli. T'ho portato subito in ufficio, ma l'avvocato era in ritardo. Mi ha telefonato seccatissimo dal tribunale, mi ha detto di occuparmi di te, non sarebbe stato libero prima delle sei. T'ho,portato a fare il giro del centro storico, dopo un po' ti sei rilassato. E stata la prima volta che mi sono accorta che parlare cambia i lineamenti, specialmente se la persona parla con entusiasmo. Forse per questo non mi ricordo niente di te. Ora mi sembravi brutto, ora cosí cosí, a seconda della minore o,maggiore energia delle frasi che pronunciavi. Abbiamo preso un toast, un caffè, a poco a poco mi sei diventato simpatico. Non sapevamo che fare e siamo andati al cinema Massimo.
Era il primo spettacolo, si proiettava un film con Mastroianni, La decima vittima. Per tutto il tempo, a bassissima voce, hai fatto commenti ironici. Solo sussurri all'orecchio, l'attrazione è cresciuta. Eravamo molto vicini. Mi sono accostata ancora di piú per sentire meglio quello che dicevi e anche perché il tuo respiro era gradevole. Avevi il gomito sul bracciolo e io pensavo: mi sta sentendo i seni, preme il ginocchio contro il mio, come devo reagire. Ero una ragazzina inesperta e non volevo che te ne accorgessi. Ti ho messo la mano su una gamba ridendo per le cose che dicevi, l'ho tenuta lí per qualche attimo, poi sono salita su quasi senza volerlo e t'ho cercato il cazzo. Oltre la stoffa dei pantaloni ho sentito un coso che pareva un rotolino di garza.
Non hai reagito, hai solo smesso di parlare. Ci sono rimasta male, ero certa che stavi provando le stesse cose che provavo io, invece no. Non hai parlato piú, fissavi lo schermo, ho fissato lo schermo anch'io. Che faccio, mi sono chiesta. Ho sbottonato due o tre bottoni dei tuoi calzoni, qualcosa si è mosso, mi sono rincuorata. Ti ho infilato la mano nelle mutande. Era grosso adesso, ha continuato a gonfiarsi. M'è piaciuto, devo dire, non il cazzo in sé, ma che ti diventasse duro per merito mio. Ora, ho pensato, farà qualcosa anche lui, mi metterà una mano tra le cosce. Invece hai seguitato a guardare lo schermo. Ti ho stretto forte, volevo che sentissi quanto ero contenta di tenertelo, ma c'è stato solo il tempo per quella stretta affettuosa. Un attimo dopo ho sentito il cazzo sussultare e mi hai bagnato la mano. L'onda del tuo piacere mi ha investita fin dentro la fica. Ho tirato fuori la mano, piano, ho cercato la borsa, mi sono pulita col fazzoletto. Tu ti sei riabbottonato senza una parola, con gesti lenti per non fare rumore, e abbiamo guardato il film.
Una volta fuori hai parlato con aria ispirata di com'era bella Ferrara, hai detto che ci saresti venuto a vivere volentieri con una tale Nina - il nome me lo ricordo benissimo, raccontasti che ti eri messo con lei in seconda liceo e vi eravate sposati da un paio d'anni. Dopo ti sei chiuso per due ore con Ursi nel suo studio a discutere. L'avvocato a un certo punto mi ha chiamata, ha detto che ti serviva un taxi. Te ne sei andato con un saluto imbarazzato.
Mi fermo qui. Non ho mai pensato a te in questi anni. Vivo ancora a Ferrara. Ma qualche settimana fa, per ragioni che non ti posso dire per lettera, mi sei tornato in mente. Taglio corto, ti dico solo che m'è venuta voglia di incontrarti. Sarò a Roma martedí prossimo per far visita a un'amica. Ti aspetterò sotto il tuo ufficio alle diciotto in punto. Non sentirti obbligato a vedermi. Vedere chi, del resto. Ho sei anni meno di te ma naturalmente sono invecchiata. Se pure mi ricordi, della ragazza di allora non c'è piú niente. Quanto a me, non so cosa avrei da riconoscere oggi. Il cazzo, forse, al tatto, ma mi immagino che quello sia cambiato piú di ogni altra cosa.
Decidi tu, dunque. Io ho già provato il piacere di scriverti. Ciao,
Mariella Ruiz


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