Umberto Eco, la seconda recensione

Giovedì, 18 novembre 2010 - 09:00:00

Umberto Eco in vetta alla classifica dei libri più venduti

Umberto Eco - Nunzio Dell'Erba, professore a Torino, stronca il nuovo libro ad Affari

Mentre Umberto Eco è ancora in testa alle classifiche dei libri più venduti arriva ad Affaritaliani.it la seconda stroncatura di Nunzio Dell'Erba, ricercatore di Storia contemporanea alla Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Torino che sta svolgendo un peculiare lavoro di analisi sul romanzo Il cimitero di Praga.

Stavolta l'analisi riguarda le imprecisione nella ricostruzione storica del processo di unificazione italiana...

di Nunzio Dell’Erba

L’Italia s’appresta a celebrare il suo 150° anniversario di vita nazionale con mostre e convegni, alcuni in corso e altri già annunciati per rievocare l’evento più significativo della nostra storia. Per l’occasione sono usciti numerosi libri per mettere in rilievo più gli aspetti negativi che quelli positivi dell’unificazione nazionale. Ma su questo controverso evento non potevano mancare anche i romanzi storici, tra i quali non possono passare inosservati alcuni capitoli del nuovo romanzo Il cimitero di Praga (Bompiani, Milano 2010) di Umberto Eco. Simone Simoni, l’unico personaggio di pura invenzione, è un calligrafo falsario di documenti farlocchi, che vende i propri servigi al re sabaudo, prestandosi a svolgere una missione delicata nella spedizione dei Mille in Sicilia. Ma nella rievocazione di quell’episodio, l’autore riprende personaggi realmente vissuti, rievocando fatti ed episodi realmente accaduti, la cui narrazione è affidata a questo losco e perfido personaggio. Fin qui nulla di strano, se l’autore avesse fornito al lettore una bibliografia per meglio orientarsi o avesse indicato la fonte da cui ha attinto la sua narrazione degli eventi, ma purtroppo questa è svolta senza alcun apparato documentario e descritta con scarsa aderenza alla realtà storica coeva, quando non è ripresa con troppa disinvoltura da altri testi senza il ricorso all’uso delle virgolette e al riscontro contestuale. Nella rievocazione degli episodi connessi a quel «fatidico 1860» (p. 126), l’autore ha come unica finalità di svalutare il processo unitario, fornendo un quadro storico che sembra ripreso da un incosistente manuale scolastico o dalla stesura di frettolose voci apparse su Internet. Nella pagina 128 del romanzo è presentata una sintesi della vicenda connessa alla spedizione dei Mille, di cui le tappe principali sono la loro partenza il cinque maggio da Quarto e il loro arrivo sei giorni dopo a Marsala. Lo sbarco a Marsala è costellato da alcuni interrogativi, ai quali l’autore non fornisce una spiegazione soddisfacente riguardo al ruolo della marina borbonica, alla presenza delle «due navi britanniche» e al presunto aiuto alla spedizione garibaldina. Nella pagina 135 si dice che «alla partenza del Lombardo e del Piemonte, le due navi che hanno condotto Garibaldi a Marsala […] erano state affidate [a Nievo] 14.000 delle 90.000 lire che costituivano la cassa della spedizione». Da queste pagine si ricava una superficiale conoscenza dell’autore, che incorre in una serie di errori sulla spedizione dei Mille: i volontari garibaldini partirono il 6 maggio da Genova sulle due navi Lombardo e Piemonte, l’una comandata da Nino Bixio e l’altra da Salvatore Castiglia, senza conoscere la meta precisa, «se in Sicilia, in Calabria od altrove» (cfr. I. Nievo, Diario della spedizione dal 5 al 28 maggio, in Antologia di scrittori garibaldini, a cura di G. Mariani, Cappelli, Rocca di San Casciano 1960, p. 298). La somma complessiva ammontava a 94.000 lire, perché alle 90.000 consegnate da Agostino Bertani a Garibaldi bisogna aggiungere altre piccole somme di varia provenienza, affidate a Nievo non «alla partenza», ma il giorno in cui avviene la formazione delle compagnie e la distribuzione delle cariche (cfr. G. Garibaldi, Memorie, Einaudi, Torino 1975, p. 316). La presenza delle «due navi britanniche», ricordate dall’autore e comandate da Marryat e da Winnington-Ingram, non riguardava un’operazione di sostegno alle navi garibaldine, ma un intervento diretto a proteggere i beni dei connazionali, ossia gli stabilimenti inglesi per la produzione e l’esportazione del vino marsala. L’autore, se avesse approfondito l’argomento, non avrebbe sollevato quella sfilza di interrogativi alla pagina 128: già nel 1913 Giuseppe Cesare Abba come testimone oculare aveva chiarito la questione, sostenendo che le due navi britanniche si trovavano nel porto di Marsala per tutelare gli interessi inglesi, perché «di andare a sbarcare a Marsala non lo sapeva neppure Garibaldi» (cfr. G. Cesare Abba, Ricordi garibaldini, S.T.E.N., Torino 1913, p. 173). E sulla scia di «un opuscolo di appunti» redatto da Stefano Turr (1825-1908), anch’egli volontario dell’esercito garibaldino, Abba riporta una dichiarazione che l’Ingram rilasciò per iscritto al generale ungherese: «Vapori da guerra inglesi presenti a Marsala durante lo sbarco di Garibaldi co’ suoi famosi Mille del 1860. Il vapore di S.M.S. Argus con 6 cannoni, capitano Ingram, stazionava a Marsala per la protezione degli interessi inglesi. Il vapore di S.M.S. Intrepid con 6 cannoni, capitano Marryat, in rotta per Malta con dispacci» (ivi, p. 173). Ma l’autore, nonostante la ricca letteratura sull’argomento, perviene a conclusioni opposte, ignorando che la questione aveva ricevuto una soluzione e una conferma nella dichiarazione rilasciata a Turr da Ingram, secondo cui il 18 marzo 1860 la nave Argus era stata a Palermo «per proteggere gli interessi inglesi» (cfr. l’annotazione riportata nel suo diario, in R. Trevelyan, Principi sotto il vulcano, Rizzoli, Milano 1977, pp. 156 e 423), quindi prima dello sbarco dei Mille. Dal Diario della spedizione dal 5 al 28 maggio di Nievo si conosce meglio la composizione geografica del gruppo di volontari che il 6 maggio 1860 parte da Genova e arriva a Marsala l’11 dello stesso mese: «Bresciani 150; Genovesi 60; Bergamaschi 190; Pavesi e studenti d’Università 170; Milanesi ed emigrati abitanti in Milano 150; Bolognesi 30; Toscani 50; Parmigiani e Piacentini 60; Modenesi 27; Emigrati Napoletani e Siciliani 110; Emigrati Veneti 88: Totale 1.085» (cit., p. 298). Ma l’autore non si preoccupa di approfondire la composizione geografica, traendo da un sito internet quella professionale, presentata come un gruppo elitario formato soprattutto da «avvocati, medici, farmacisti, ingegneri e possidenti, poca gente del popolo» (p. 128; cfr. http:/cronologia.leonardo.it/ storia/biografie/garibal4.hrm), mentre il più grande conoscitore dell’impresa garibaldina – il compianto Alfonso Scirocco – aveva precisato che i Mille di Marsala erano composti da «professionisti, studenti, artigiani, operai: tra loro si contano all’incirca 250 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e altrettanti capitani di mare, un centinaio di commercianti, una decina di artisti, di pittori e scultori; c’è qualche prete; è presente una donna, Rosalia Montmasson, moglie di Crispi, in abito maschile» (cfr. A. Scirocco, Garibaldi. Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Laterza, Roma-Bari 2004, p. 241). Accanto a un quadro deformato della vicenda garibaldina, l’autore trae a prestito dal medesimo sito Internet la composizione straniera dei Mille, riportata alla pagina 165 con le medesime storpiature dei nomi e con l’aggiunta di altre. Nella cronologia succitata si legge che «per quanto riguarda le presenze straniere, spesso taciute dalla storia ufficiale e dai testi scolastici, inglese era il colonnello Dunn, così come inglesi furono Peard, Forbes, Speeche […]. Numerosi gli ufficiali ungheresi: Turr, Eber, Erbhardt, Tukory, Teloky, Magyrody, Figgelmesy, Czudafy, Frigyesye. Winklen. […] Fra i bavaresi e i tedeschi di varia provenienza si deve ricordare Wolff, al quale fu affidato il comando dei disertori tedeschi e svizzeri, già al servizio dei Borbone». In questo contesto l’autore riporta pari pari anche il famoso discorso fra Padre Carmelo e Giuseppe Cesare Abba - identificato con quell’ignobile e lercio personaggio del romanzo - ma ricordato dallo scrittore garibaldino alla data del 22 maggio (cfr. G.C. Abba, Da quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei mille, Zanichelli, Bologna 1915, pp. 80-81). Ma molte altre cose ci sarebbero da dire sulla triste pagina del massacro di Bronte, la cui veloce ricostruzione sorvola sulle cause reali della rivolta animata dai fratelli Lombardo e volta all’estensione dei decreti emanati da Garibaldi sulla divisione delle terre demaniali e di quelle terre usurpate dagli inglesi con la complicità del Borbone, che secondo le nostre conoscenze non erano tutte possedute da Lord Nelson (p. 163)

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