Riccardo Iacona in libreria con "L'Italia in presa diretta"
Giovedì, 9 settembre 2010 - 15:26:00
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Come nasce questo libro?
Ho viaggiato per tanto tempo, per anni, attraversando il paese in lungo e in largo, da sotto a sopra. Questo flusso continuo di informazioni che taglio, monto e presento, insieme alla squadra di Presadiretta forma un volume enorme. Bisogna immaginare che il rapporto è 1 a 10, tra quello che va in onda e il girato. Ho sentito l'esigenza di andare a vedere le costanti di questo lavoro, capire un po' meglio questo paese, e lo strumento del libro me lo consente, mi costringe ad andare ancora più a fondo, per cercare di riconsegnare allo spettatore-lettore questo privilegio che ho avuto.
Ascolti buoni già dalla prima puntata. Se lo aspettava?
Sì, è andata molto bene, rispetto alla precedente puntate abbiamo preso due punti in più, anche senza il lancio di Fazio (Che tempo che fa, in onda di solito prima di Iacona ndr) è un ottimo inizio. Avevamo fatto una puntata molto forte, anche se quest'anno facciamo tutte puntate forti, siamo più sicuri.
Come nasce un reportage?
Siamo partiti, per esempio in Calabria, dal fatto che lo Stato stava facendo da due anni questa battaglia contro la 'ndrangheta e non si vedeva l'immagine di tutto ciò, se non quella della lunghezza di un telegiornale. Abbiamo capito che c'era da accendere le luci, che la 'ndrangheta era una questione nazionale che non meritava di stare lì e che anche quegli uomini andavano seguiti, altrimenti che servizio pubblico siamo. Noi lavoriamo molto sui buchi degli altri e visto che, purtroppo, questi buchi si allargano sempre di più abbiamo anche poche puntate. La mia ossessione è di non riuscire a raccontare tutto quello che vorrei raccontare, in Italia non manca la materia narrativa giornalistica.
Cosa rende i vostri reportage così seguiti? Altri non ci provano nemmeno ad affrontare certi argomenti...
Cerchiamo sempre di rispettare la dimensione narrativa, che è quella con la quale i telespettatori seguono le nostre storie. Uno può raccontare quello che succede sentendo gli esperti e andando a vedere i posti, oppure seguire da vicino quello che fanno le forze dell'ordine. Sono due cose totalmente diverse che hanno codici e logiche anche di sviluppo diverse. Non abbelliamo le notizie, le seguiamo, ci stiamo più dentro.
![]() Riccardo Iacona |
Dai miei lavori si capisce che sono tutte storie che vivo sulla mia pelle, faccio un po' da tramite attraverso il mo corpo, attraverso le mie curiosità - così come gli altri inviati - con le curiosità del pubblico. Siamo molto coinvolti e anche molto consapevoli della responsabilità che abbiamo. E in questo momento in cui l'Italia sta andando un po' a pezzi come valori condivisi mi sembra una cosa importante e se lo facessimo un po' tutti nel nostro lavoro questo paese sarebbe migliore.
Cosa hanno in più i tuoi reportage? Anche rispetto gli altri autori?
Diciamo che il nostro punto di forza è l'attenzione data al cuore della notizia. Già la ricerca della notizia è un film. Il dato interessante, industriale, che ci dovrebbe far riflettere è che ogni volta che Raitre manda i reportage in prima serata, che sia la Gabanelli o D'Acquisto, supera la media della rete. Il che vuol dire che questo investimento sull'approfindimento, che richiede più tempo e non ti dà la notizia calda, ha un alto valore che viene apprezzato dal pubblico.
Santoro-Rai, una questione infinita che non si è ancora conclusa. Chi ha ragione?
Naturalmente Santoro deve tornare. Sono molto preoccupato che siamo ancora all'Annozero, tra incontri e problemi di contratti. So cosa significa per un programma come quello andare in diretta il 23 senza essere pronti, c'è una soglia oltre la quale tecnicamente è poi impossibile andare in onda. Mi sembra che l'aria che abbiamo respirato nelle conversazioni intercettate nella famosa inchiesta di Trani sia ancora un'aria attuale. Il consiglio d'amministrazione l'ha approvato, il presidente ha detto che Annozero deve tornare. Non ci sono i tempi tecnici per fare un altro format, anche se uno lo volesse fare, non sono cose che si inventano adesso, ma che si pianificano per l'anno prossimo, perchè la televisione è ancora roba di autori, che non si fa a comando perchè lo decide la politica.
Come giudica il rapporto tra politica e giornalismo?
Siamo arrivati al fondo, il momento peggiore da quando, nell'89, mi sono affacciato a questo mestiere. Una situazione del genere non l'ho mai vista, c'è un'aria di pressione, di scontro totale. Quello che dovrebbe essere il sale della democrazia da noi sono armi che devono essere utilizzate contro il nemico: quello non è un giornalista, quello lavora per, quello è un fazioso. Senza mai entrare nel contenuto delle cose che si vedono, solo per cancellare la posizione di quello che viene considerato un nemico. Un paese così non può andare avanti. Come facciamo per uscire dalla crisi se non c'è un tavolo dove si parla delle cose concrete, che non siano le questioni della giustizia o i tradimenti all'interno del Pdl? A settembre non si sono aperte un sacco di fabbriche in Italia. Io sono molto preoccupato perchè il combinato disposto di una crisi economica così forte è l'assenza della politica così forte, cioè lo scollamento così alto tra l'agenda dei partiti e i bisogni reali, porta alle svolte autoritarie. E' la prima cosa che ho scritto nel libro. Sarò un pazzo, ma io sono preoccupato.
Perche leggere questo libro?
Perchè hai la possibilità di stare al fianco di una persona che ha avuto il privilegio di viaggiare molto, affrontando gli argomenti che sono, a detta di tutti, le questioni fondamentali, dal terremoto dell'Aquila al problema dell'acqua alla formazione della scuola alla 'ndrangheta. Sulle quali si decide il futuro del nostro paese. Sulle quali tra l'altro c'è un saper fare che potrebbe entrare in gioco e che non entra mai. E' un appello a riprendersi il futuro di questo paese, a non delegarlo.
di Andrea Bufo



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