Il Vallanzasca di Michele Placido
«La Rai non ha nemmeno voluto leggere la sceneggiatura, malata come Medusa di un perbenismo un pò ipocrita». Considerazione amara questa di Michele Placido che presenta a Venezia il suo «Vallanzasca - Gli angeli del male». «Ci saranno polemiche. Si parlerà molto del personaggio, dei suoi crimini, delle vittime e poco, temo, del film». Pure a Lipari, dove la Fox ha voluto regalare alla stampa un assaggio di dodici minuti, si è finito per parlare d'altro: «Volevamo raccontare un pezzo della nostra storia -sottolinea l'attore e regista- Una cosa del tutto normale in Francia e Germania, ma maledettamente difficile in questo questo nostro paese diviso. La storia dei finanziamenti, di cui non abbiamo potuto usufruire, è emblematica. Determinante è stata l'opposizione dell'Associazione delle Vittime». Fondamentale al contrario invece la tenacia di Elide Melli, che ha prodotto il film, alla fine il budget si assesterà sui 7 milioni di euro, con Cosmo Production e Fox. 
Michele Placido (foto Ap)
Se la spettacolarità di alcune sequenze evocano esplicitamente «Romanzo criminale», le prove dei tre attori protagonisti, Kim Rossi Stuart nei panni di Vallanzasca, Filippo Timi è uno dei suoi gregari, Francesco Scianna interpreta invece il boss Frances Turatello, trasmettono una forte tensione emotiva: «Sugli attori ho lavorato molto -continua Placido- Timi si è ispirato a Volontè, mentre Kim ha fatto un lavoro magistrale di scavo psicologico. Andava a prendere ogni venerdì Vallanzasca dal carcere e lo riaccompagnava la domenica». «È andato avanti molti mesi così -aggiunge Placido- Questo film, di cui ha scritto anche la sceneggiatura definitiva (la prima stesura è di Purgatori e Pasquini, ndr), è soprattutto suo». Tanto che senza la sua insistenza Placido non l'avrebbe nemmeno girato: «All'inizio avevo detto di no, in effetti. Poi lui mi ha convinto». Il regista e attore pugliese ne elogia l'interpretazione, lasciandosi scappare quello che in fondo si sapeva da tempo, la presenza del film a Venezia, fuori concorso : «La sola cosa che mi dispiace è sapere che Kim non potrà vincere la Coppa Volpi», sottolinea Placido. Tratto dal libro «Il fiore del male - Bandito a Milano» (di Carlo Bonini e Renato Vallanzasca, ed. Tropea), il Vallanzasca di Placido parte dall'infanzia del «bel Renè», raccontando la sua esperienza con le gang giovanili, i piccoli furti, la prima rapina in banca, l'ascesa nella mala milanese, i primi morti ammazzati e la nascita di una embrionale mitologia del bandito: «Ma più della metà del film -rivela ancora Placido- sarà ambientata nel carcere duro dove Renato Vallanzasca viene rinchiuso all'età di 28 anni. Perchè è lì che il personaggio inizia la sua vera discesa all'inferno».
Vallanzasca, che avrebbe architettato diversi piani di evasione (due riusciti, nell'80 e nel '95), si fa rispettare anche in prigione, provoca sommosse, ordina l'uccisione di molti traditori, soprattutto non si pente: «Sarebbe stato contro la sua etica da criminale -spiega Placido- Anzi, poichè era stato già condannato all'ergastolo, aveva pensato che un crimine in più non avrebbe fatto differenza. Così si è addossato anche colpe e omicidi che non erano suoi, ma di quelli della sua banda. Non si è saputo gestire, mentre altri, terroristi compresi, hanno utilizzato l'arma del pentimento e oggi sono fuori a piede libero».
Uno «sprovveduto», per usare la definizione di Placido, a cui il film non fa sconti: «'Romanzo criminalè era più morbido rispetto a questo. Qui non regaliamo niente al protagonista», afferma Placido. Anche se «dipingerlo -aggiunge Placido- come un mostro sarebbe ingiusto. È stato solo un ragazzo che ha scelto la strada sbagliata. Lo dice lui stesso in un'intervista a Radio popolare: Non sono una persona cattiva, ma solo uno con la parte oscura molto sviluppata. Non bisogna dimenticare lo sfondo poi, ovvero la Milano tra gli anni '70 e '80 dove tutti sniffavano cocaina, giravano molti soldi, si moltiplicavano le bische». Molte di queste bische erano controllate dall'amico/nemico di Renato Vallanzasca, Frances Turatello, interpretato da Francesco Scianna: «A differenza di Kim non ho potuto contare su un referente ancora vivo -spiega l'attore- Ho però trascorso molto tempo col figlio Eros e ho capito dai nostri incontri che Frances aveva due facce, una privata e l'altra pubblica. Dove teneva in grande considerazione l'apparire. Un personaggio doppio, completamente distante da me». E aggiunge Placido: «Turatello era considerato un buono. La sua morte in carcere è avvolta nel mistero. Alcuni hanno tirato fuori il nome di Vallanzasca anche in questo caso, ma è inverosimile vista l'amicizia che li legava. Più probabile sia stata la mafia catanese che proprio allora stava facendo affari a Milano. E un tipo influente come Turatello, anche dal carcere, era scomodo». Frances Turatello è insieme a Renato Vallanzasca il personaggio più fedele al reale: «Il gruppo -prosegue Placido- è stato in parte romanzato. Alcuni loro membri, ancora vivi, desideravano essere lasciati in pace. Anche il personaggio di Timi racchiude due personaggi storici distinti: l'amico d'infanzia di Vallanzasca e uno dei membri della sua banda, Massimo Loi, che venne additato come lo spione e decapitato in carcere».
Il contributo del vero bandito alla scrittura del film è stato fondamentale «avendoci fornito episodi curiosi, privati. Ma non ha letto la sceneggiatura e non so se il film gli piacerà», rivela Placido. Dallo script sono rimasti fuori i presunti legami con la politica: «Non la amava -spiega il regista- e quando nel'78 a Roma viene avvicinato da un sedicente avvocato vicino agli ambienti dell'MSI lui lo respinge. Guarda caso il giorno dopo viene arrestato». Ma oggi chi è Vallanzasca?: «Un vecchietto sciancato -afferma Placido- cui mancano mezza chiappa e i denti. Ma da giovane era bellissimo. Ha avuto molti scontri a fuoco. Ha rischiato la pelle svariate volte, gli hanno pure sparato in testa. Nello spirito è rimasto un pò incosciente. E profondamente solo». «L'interpretazione di Kim -racconta il regista- coglie bene questo aspetto della sua vicenda. La solitudine lo ha sempre terrorizzato. In carcere si è fatto portare un PC, ha imparato a scrivere. E ha sempre tenuto corrispondenze con svariate donne, il suo debole. Lo andavano a trovare in carcere lasciandogli numerosi ricordini: ciocche di capelli, mutandine e altri reperti». Due le avrebbe sposate, Giuliana Brusa e Antonella D'Agostino (nel film sono Paz Vega e Valeria Solarino). «Dalla prima ha avuto un figlio, che non ha mai voluto incontrare suo padre», dice Placido. Renato Vallanzasca è attualmente rinchiuso nel carcere speciale di Voghera. Nel 2006 sua madre ha scritto al Presidente Napolitano perche concedesse al figlio la grazia, che gli viene però rifiutata. Da quest'anno è sotto trattamento dell'articolo 21: può uscire dal carcere alle 7.30 per lavorare in una pelletteria e rientrarvi alle 19.



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