Scienza, intervista al filosofo Massimo Debernardi

Mercoledì, 15 dicembre 2010 - 09:45:00

di Virginia Perini

cellule 1
cellule staminali
Per la prima volta al mondo è stato costruito in laboratorio un intestino umano, utilizzando le cellule staminali. Pemetterà trapianti più sicuri e senza rischio di rigetto. Una grande conquista, ma che già genera polemica. Dopo la scoperta, il filosofo della scienza Massimo Debernardi mette in guardia sullo stato della cultura scientifica in Italia: "L’Italia è il paese di Galileo, di Torricelli, di Malpighi, di Volta, di Marconi, Fermi, Rubbia, Dulbecco e di Rita Levi Montalcini. La scienza ha avuto nel nostro paese rappresentanti di primissimo piano, ma non credo che in Italia la cultura scientifica sia sentitita come cultura a tutti gli effetti".

Come giudica l’Italia dal punto di vista della cultura scientifica?
"Negli ultimi anni, si è assistito ad un crescente interesse per la scienza (penso ad iniziative meritorie come il Festival della Scienza di Genova, quello della matematica di Roma), ma si tratta di momenti singoli, di eventi, di forte impatto, ma che non bastano per rilanciare la cultura scientifica in Italia. Sono necessari, ma non sufficienti".

Che cosa servirebbe?
"Senza i necessari investimenti nella scuola, non vi sono manifestazioni che tengano. Un paio di belle rondini non fanno certo primavera. La scuola sta vivendo, come è noto, una trasformazione, ma non si sono investiti fondi sufficienti per potenziare la didattica delle scienze: ci sarebbe bisogno di laboratori, di strumenti, di tecnici di laboratorio. Quasi nulla di tutto questo accade, anzi. La situazione di moltissime scuole superiori è drammatica, al limite del collasso. Val la pena ricordare solo un dato, esemplare della politica scolastica del governo: con la riforma vengono tagliate del 50% le ore dedicate ai laboratori di fisica e chimica nelle prime e nelle seconde classi dei tecnici".

Quindi se dovesse fare un bilancio?
"Insomma, da una parte meritorie iniziative come quelle di Genova e di Roma e dall’altra la distruzione della scuola, soprattutto quella a vocazione tecnica. Va segnalato, per onestà intellettuale, l’impegno di centinaia di insegnanti di matematica, di scienze, che in silenzio, senza fare notizia, lavorano con dedizione, impegnando gran parte del loro tempo per cercare di diffondere il sapere scientifico. E’ grazie a queste persone di cui pochi conoscono il nome se la scuola italiana non è ancora definitivamente defunta. Ma non si può costruire il futuro solo affidandosi alla buona volontà dei singoli".

Anche l'informazione è debole?
"In televisione, se si eccettuano programmi come Quark o Passaggio a Nord Ovest (della premiata ditta di Piero ed Alberto Angela) sulla reti nazionali non vi è altra offerta. Sulle reti commerciali è il nulla. Per trovare qualcosa di interessante occorre rivolgersi alle pay TV, ma sappiamo bene che il pubblico che fruisce dei programmi a pagamento è ancora abbastanza ristretto (i dati di luglio indicano che il numero degli abbonati è di 4 milioni e 516 mila) e concentrato in alcune grandi regioni (Piemonte, Lombardia, Toscana, Lazio)". (Fonte http://istitutobarometro.blogspot.com/2010/07/quanti-sono-gli-abbonati-sky-tv-fonte.html)

Che cosa cambierebbe per la società civile se si affermasse come prioritaria una riforma in senso scientifico della cultura?
"Su questa questione credo di poter sottoscrivere quanto scriveva Ernst Mach nel lontano 1886 in un testo dedicato al valore della cultura scientifica nell’insegnamento superiore: non si deve credere che la cultura scientifica sia utile solo per le possibili applicazioni industriali che se ne possono fare. Una solida formazione scientifica modifica in profondità il nostro modo di sentire, di ragionare e di pensare. Da un punto di vista psicologico-emozionale la scienza ci abitua a rinunciare alla convinzione di essere creature privilegiate, ci permette di abbandonare quell’antropocentrismo che non ci permette di comprendere che noi siamo una parte della natura, non dei dominatori esterni ad essa. Da un punto di vista più concreto e
latamente politico, una autentica cultura scientifica aiuterebbe a ragionare tenendo conto di dati oggettivi, quantitativi, di leggi scientifiche che non si possono adattare ai sogni o alle menzogne. Sarebbe essenziale per formare un’opinione pubblica consapevole, critica, più capace di discernere e di decidere. Insomma, la cultura scientifica potrebbe aiutare a sviluppare dei cittadini a tutti gli effetti “maggiorenni”. Infine una forma mentis scientifica aiuterebbe anche chi scrive per lavoro ad essere chiaro, semplice, preciso e conseguente così da essere in grado di farsi capire dal maggior numero possibile di persone".

Oltre alla tradizione idealista (Croce e Gentile) che cosa trattiene l’Italia in questa fase di stallo?
"I fattori sono molteplici e complessi, non facili da riassumere. Per tentare una sintesi, è plausibile sostenere che le classi politiche italiane, fin dall’unificazione, non sono mai state sensibili nei confronti della ricerca scientifica e di conseguenza hanno destinato sempre una quota ridicola del PIL alla ricerca scientifica. Già nel 1894 il ministro della pubblica istruzione Guido Baccelli sosteneva che per stimolare la creatività dei ricercatrori sarebbe stato opportuno tagliare i fondi della ricerca. Stessa linea venne seguita nel dopoguerra da De Gasperi che non credeva fosse nemmeno pensabile, nel 1945, con un
paese che era ancora un cumulo di macerie, investire denaro nella ricerca. Ma la guerra non c’era stata solo per l’Italia e mentre il nostro paese non spendeva quasi nulla per la ricerca, Giappone e Germania invece compresero subito che la rinascita economica sarebbe potuta partire solo grazie a cospicui investimenti nella scienza. Tutto il mondo politico italiano, dalla DC al PCI, era concorde nel ritenere che la scienza non fosse a pieno titolo cultura. Vi fu, ed occorre ricordarlo, una breve stagione, durante gli anni Sessanta, in cui l’Italia avrebbe potuto imboccare la strada che avrebbe potuto portarla su di un’altra strada: in quegli anni Mattei, con l’ENI, cercò di rendere indipendente il nostro paese in campo energetico, sfidando le Sette Sorelle; Felice Ippolito stava lavorando affinchè il nostro paese potesse fruire dell’energia atomica; il fisico Edoardo Amaldi si impegnava per potenziare L’Istituto nazionale di fisica nucleare; Adriano Buzzati-Traverso poneva le basi per un laboratorio internazionale di genetica e biofisica. E si potrebbe continuare. Ma nel 1962 Mattei moriva in un misterioso incidente aereo, che oggi appare ormai evidentemente esser frutto di un attentato; Ippolito venne addirittura incarcerato per
due anni sulla base di accuse da molti ritenute pretestuose, al solo fine di stroncare il progetto nucleare italiano, sgradito agli USA. Insomma, con la fine degli anni Sessanta, l’Italia fa marcia indietro e la classe politica ritorna ad essere sorda nei confronti delle richieste della comunità scientifica".

E la popolazione e i giovani come reagiscono a tutto questo?
"All’insensibilità, se non alla ostilità della classe politica si aggiunga anche un certo clima culturale antiscientifico, che caratterizza il dibattito nel nostro paese durante gli anni Settanta e che si riverbera fino ai nostri giorni. Sulla scorta delle idee di Husserl, che si possono riscontrare in un’opera come La crisi della scienze europee del 19371 molti filosofi italiani cominciano a ritenere che le scienze matematico-fisiche allontanino sempre più gli uomini dal mondo della vita, il mondo del “pressappoco”, quell’orizzonte di cose e di idee che costituiscono lo sfondo inesaminato della nostra vita, sostituendo ad
esso il freddo, unilaterale e tirannico mondo della matematica, un universo di “precisione” in forza della quale la società verrebbe modellata al servizio dell’industria ed in ultima analisi del sistema capitalistico- borghese. Negli ultimi anni Rifkin (Entropia, una nuova visione del mondo, Baldini Castoldi Dalai, 2000) ha sostenuto che sarebbe necessario superare una concezione meccanicistica del mondo, che avrebbe sovrapposto alla vita, che è qualitativa, una dimensione fisica, quantitativa, fatta più per le macchine che per gli individui. La concezione meccanicistica sarebbe responsabile poi della crisi ambientale, motivata, in ultima istanza, dalla convinzione che le risorse siano inesauribili e che la macchina della natura possa sempre essere in qualche modo riparata dalla scienza e dalla tecnica, che rivestirebbero sia il ruolo di assassini che di salvatori. L’esito finale della insensibilità politica e delle preclusioni filosofiche nei confronti della scienza hanno fatto sì che la spesa per la ricerca e sviluppo, in percentuale sul PIL sia in Italia pari all’1,05 a fronte di paesi come Israele che destina ben il 4,68 o la Svezia che invese il 3,64 (secondo i dati riportati nel testo di E. Bellone, La scienza negata, pag. 24).

Oltre alle questioni di bioetica sul testamento biologico quali casi di attualità rappresentano la scarsa attenzione prestata dall’Italia ai temi della ricerca?
"Sicuramente un caso eclatante di scarsa attenzione e soprattutto di scarsissima informazione è stato quello connesso ai temi del referendum sulla fecondazione assistita, svoltosi nel 2005. Sembrano passati secoli, ma si tratta solo di un lustro. In quel caso, come noto, la Chiesa si schierò apertamente contro la partecipazione dei cittadini al referendum, commettendo un’indebita ed intollerabile (ma tollerata benissimo) invasione di campo. Il referendum avrebbe comportato, se si fosse raggiunto il quorum e se avessero vinto i sì, l’utilizzabilità delle cellule staminali embrionali ai fini della ricerca per malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, la sclerosi, il cancro, etc. Altro esempio di scarsa attenzione è quello della questione energetica, in particolare il dibattito sul nucleare. Come è noto il governo attualmente in carica intende riavviare il programma nucleare, ma ben poche informazioni si sono avute sui costi, sulle tecnologie, sui tempi di realizzazione".

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