Le loro prigioni

Venerdì, 10 febbraio 2012 - 13:04:00

Girando le carceri si capisce molto della giustizia. Quando incontro i detenuti, raramente mi parlano della condizione carceraria. Parlano sempre di giustizia. Non tanto per gridare la propria innocenza (questo è scontato), quanto per lamentare lo stato di abbandono, l'incuria, l'indifferenza dei magistrati nei confronti della loro vita. Eppure sono in gran parte persone in attesa di giudizio. Innocenti secondo la Costituzione. Non è solo per un fatto umanitario che io ho sempre sentito attrazione per il carcere. Sarà anche perché una volta vi sono stata rinchiusa per due giorni e ho avvertito sulla pelle che cosa vuol dire sentirsi precipitare in un buco nero dal quale non sai se uscirai più. Infatti molti non ne sono più usciti, angosciati da questa incertezza. È sempre altissimo il numero di detenuti che si tolgono la vita. Quarantatré nelle inchieste di tangentopoli. La verità è che ho sempre pensato che le carceri non dovrebbero esistere e che la privazione della libertà sia una pena troppo elevata per qualunque reato. Forse bisognerebbe rinchiudere solo chi è in grado di attentare alla vita altrui. Il problema italiano, poi, è che si va in carcere prima del processo. E ci si rimane a lungo. È quella pena preventiva che pudicamente viene chiamata «custodia cautelare», cioè carcere preventivo, cioè la prigione per gli innocenti, secondo quanto recita l'articolo 27 della Costituzione. Il paradosso è che si va in galera di più prima del processo che dopo.

Negli anni in cui facevo la giornalista cercavo sempre di intrufolarmi nelle carceri. Quando, nel 1992, sono diventata parlamentare, il direttore di San Vittore, Luigi Pagano, mi mandò un telegramma dal doppio significato: «Adesso può entrare quando vuole». Giocava sul fatto che i parlamentari hanno il diritto/dovere di visitare le carceri. Ho fruito molto di questa possibilità, ho cercato di aiutare tutti, agenti di polizia penitenziaria (qualcuno stupidamente li chiama «secondini» e meriterebbe la frusta, se sapesse con quanta dedizione svolgono il loro lavoro) e detenuti. Ho anche protestato, con le mie interrogazioni parlamentari, contro detenzioni assurde di ragazzi malati o tossicodipendenti o stranieri, gente senza tutele e senza diritti. Poi un bel giorno...

Non erano abituati

Un bel (brutto) giorno le porte si spalancarono per persone che probabilmente quando vedevano le mura di un carcere giravano la testa dall'altra parte, non volendo vedere, non volendo sapere. Così, continuando a girare le prigioni, toccando con mano la giustizia e le ingiustizie, cominciai a incontrare i detenuti di tangentopoli. Era il 1992. Vidi persone che conoscevo, i politici milanesi. E incontrai gente da «stanza dei bottoni», che mai avrei avuto occasione di conoscere nella vita di ogni giorno, né che mai mi avrebbero degnato di uno sguardo, da liberi. È stata un'esperienza interessante, a tratti tragica. Ho guadagnato qualche amico, e qualcuno l'ho perso perché si è tolto la vita, come Gabriele Cagliari.

Il carcere milanese di San Vittore è da sempre sovraffollato. «Un pugnale nel cuore della città», lo definivano, come detto, negli anni settanta i volantini della sinistra estrema, quando ospiti del carcere erano i loro compagni e i bagliori della rivolta hanno illuminato spesso le notti milanesi. Nel cuore della città San Vittore è veramente. È in zona così centrale che tutti i sindaci, non appena insediati, propongono il suo spostamento in periferia. Earea è appetibile, la struttura, pur bellissima con la sua forma a stella, è vetusta. Anche diversi ministri di giustizia si sono esercitati sul tema, preoccupati del perenne sovraffollamento. Così è finita che vicino a Milano si sono costruite le carceri di Opera e di Bollate, e San Vittore è rimasto lì.

Era stato inaugurato il 24 giugno 1879 su una superficie di 49.695 metri quadri. Fu costruito secondo il modello americano, «panottico», con una struttura centrale da cui si dipartono sei bracci, i «raggi». All'epoca ospitava 577 detenuti, oggi sono circa 1.700, per una capienza massima di 800. Ma negli anni 1992-93, quando i 700 arrestati di tangentopoli invasero le celle, si arrivò a 2.400 detenuti, un record storico. Lo ricorda bene Luigi Pagano, oggi provveditore regionale delle carceri di tutta la Lombardia, ma in quegli anni un vero illuminato e riformatore cane da guardia dell'istituto di piazza Filangieri.

I detenuti di Tangentopoli - ricorda - erano tutti persone di grande dignità, tanto che i comuni li accoglievano bene. Non c'era bisogno di metterli in isolamento, non c'erano conflitti di sorta. Ricordo bene la sera in cui arrivò Mario Chiesa, era tardi e lui era veramente sconsolato. Mi disse: «che fine farò?» e io cercai di distrarlo ricordandogli il famoso detto di Piero Calamandrei: se ti accusano di aver rubato la madonnina del Duomo, prima scappa. Lui si è adattato alla vita del carcere, è solo andato un po' in depressione quando Craxi lo definì «un mariuolo».

Nel 1993 il sesto raggio del carcere di San Vittore sembrava il parterre di un convegno dello Studio Ambrosetti a Cernobbio. In un qualunque giorno di una delle tante mie visite avevo annotato nei miei appunti la seguente formazione: cella numero uno, il democristiano Enzo Carra addetto stampa del ministro Forlani, insieme a un camionista accusato di associazione mafiosa; cella numero due, l'imprenditore Salvatore Ligresti; cella numero tre, il manager Fiat Francesco Paolo Mattioli; cella numero quattro, l'ex ministro di giustizia Clelio Darida in compagnia dell'ex segretario del ministro Claudio Martelli, il socialista Sergio Restelli; cella numero cinque, l'ex presidente della Metropolitana milanese, il socialista Claudio Dini; cella numero sei l'ex presidente dell' hi Franco Nobili insieme a Serafino Generoso, ex assessore democristiano alla Regione Lombardia; cella numero sette Giorgio Casadei, l'ex assistente del ministro Gianni De Michelis e l'imprenditore Angelo Jacorossi; cella numero otto, Claudio Bonfanti, ex presidente della Regione Lombardia.

Sono solo alcuni dei 700 che varcarono la soglia del carcere in quel periodo, cui vanno aggiunti i tanti «tangen-topolini», persone non conosciute sul piano nazionale, ma ben note nei loro piccoli paesi, dove erano stati sindaci o assessori e dove faticarono in seguito, anche coloro che poi furono assolti, a poter tornare a testa alta, sconfiggendo quell'ombra di dubbio che in alcuni era rimasta. Ricordo l'avvocato Roberto Lassini, che non era al raggio «nobile»

dei politici, ma in quello più plebeo dove era rinchiuso Gabriele Cagliari, e che era sindaco di un paesotto del milanese di nome Turbigo. Sarà assolto cinque anni dopo, quando non era più sindaco e quando non c'era più neppure il suo partito, la Democrazia cristiana. Gli rimarrà in corpo una gran rabbia, e la mostrerà in un'occasione clamorosa, venti anni dopo.

Nuovo strumento di tortura

Clelio Darida, ex sindaco di Roma, ex ministro, ha trascorso tutta l'estate del 1993 a San Vittore. L'ho incontrato due volte. Era luglio, lui era in calzoncini corti bianchi, tipo tennis, lo sguardo un po' smarrito, e io mi domandavo se una persona che era stata quattro volte ministro della Giustizia avesse un'idea concreta del carcere, della vita da rinchiusi. Non quella che si vede quando si fa una visita ufficiale, ma quella vissuta da dentro. Lo pensavo, mentre guardavo il suo portapane che consisteva in un sacchetto di plastica e assistevo al suo scambio di limoni con i detenuti di un'altra cella. Quando l'ho incontrato la prima volta stava recitando il rosario e non l'ho voluto disturbare. Era stato arrestato da poco dai magistrati milanesi per una vicenda che con Milano non c'entrava niente: le presunte tangenti dell' Intermetro, la società che aveva avuto l'appalto per la realizzazione della metropolitana a Roma.

L'ho incontrato di nuovo, passavo davanti alla sua cella e ho visto una leggera felpa blu e la sua testa che sporgeva dalle sbarre. Più loquace, il racconto fluisce facile. Arrestato la mattina del 7 giugno - non era stato rieletto al Parlamento, quindi niente immunità - dagli agenti della polizia giudiziaria di Milano che lo avevano condotto da Roma a San Vittore dove, da un brevissimo interrogatorio del gip Italo Ghitti aveva appreso che un certo ingegnere diceva di averlo sentito parlare, durante una cena, genericamente di mazzette. Tutto qui. Difficile da credere, per chi non sa come è andata in quegli anni (e come spesso va ancora), ma è davvero tutto qui. Darida sarà assolto, senza scuse.

Il fatto che parlare di carcere significhi parlare di giustizia, Darida lo sa bene. Infatti: Qui la verità è una sola - mi dice subito - l'uso della custodia cautelare è il moderno strumento di tortura. I nostri antenati politici, e purtroppo anche quelli religiosi miei, usavano cavalletti e altri strumenti perché sostenevano che non ci poteva essere condanna senza confessione, torturavano in nome dello Stato o in nome di Dio. Adesso la tortura non c'è, la tortura è la custodia cautelare.

Capisco subito che questo signore dall'aria dimessa, con il rosario e i suoi libri di greco (in cella si è organizzato una piccola biblioteca, quasi un messaggio per dire che ha capito che dovrà stare lì per un pd) è un osso duro. Infatti i pm del pool lo dimenticheranno per sessanta giorni in carcere. Da lui non arriveranno né confessioni né delazioni.

Il «caso Darida» è da ricordare per almeno tre buoni motivi. La vicenda Intermetro si era svolta tutta a Roma e tra personaggi romani. Il fatto che se ne sia occupato il pool di Milano è stato un atto fuori dalle regole, come rileverà la Corte di cassazione quando disporrà che gli atti vengano trasferiti nella capitale. Del resto, come non ricordare quella conversazione tra il magistrato romano Francesco Misiani e il milanese Gherardo Colombo in cui quest'ultimo spiegava al primo (parlavano del processo Enimont) che il problema non era chi dovesse fare le inchieste sulla base della norma sulla competenza, ma chi «potesse» farle? «A Milano - aveva detto Colombo -- in questo momento storico irripetibile, si possono fare. Qui a Roma no»'. Momento storico irripetibile, ipse dixit.
Secondo motivo: nei confronti dell'ex Ministro di Giustizia non esisteva il minimo indizio di responsabilità se non una vaga chiamata in correità non su fatti specifici e che, quando sarà ritrattata, determinerà la concessione non della libertà ma degli arresti domiciliare. Che senso aveva avuto la custodia in carcere se non per cercare, attraverso un'eventuale confessione, quelle prove che non c'erano?

Terzo motivo: la dichiarazione del pm romano Francesco Misiani al Consiglio superiore della magistratura, il 12 giugno 1996, mentre era in corso l'ispezione del ministero, al pool di Milano proprio sul «caso Darida».

Subito dopo il proscioglimento di Darida da parte del Gip di Roma per l'inchiesta Intermetro, Francesco Greco mi disse: «Come tu sai,

è ancora in corso l'ispezione disposta dal Ministro, perciò sarebbe bene che il caso Darida non si chiuda prima che finisca Eispezione».

Naturalmente il Pm milanese poi negò di aver fatto quella richiesta, ma Misiani la confermò. Poi però fece ricorso, l'ultimo giorno utile, contro il proscioglimento di Darida. Disse di non essere stato influenzato dalla richiesta di Greco. Anzi, affermò di considerare «normale» quel tipo di collaborazione tra colleghi. Anche perché loro due erano amici (Greco, più giovane, era stato uditore nell'ufficio di Misiani) e anche compagni di militanza nella corrente sindacale di Magistratura democratica. Così spiega questo tipo di scambio di informazioni e consigli Francesco Misiani: «Io ho sempre fatto parte dell'anima di Md che ragiona sempre e solo in termini politici». In «termini politici» Clelio Darida era in carcere innocente

Clelio Darida è stato assolto con formula piena. Il 20 marzo 1997 la Corte d'appello di Roma gli ha riconosciuto il pagamento di 100 milioni di lire a titolo di risarcimento per l'ingiusta detenzione subita dal 7 giugno al 9 settembre 1993. Nel 2002 ha scritto un libro dal titolo 60 dì... 60 dì... Il Guardasigilli a San Vittore, in cui denuncia il suo caso come «politico» e che viene presentato dall'onorevole Ivo Butini, democristiano toscano, ex sottosegretario agli esteri, con questa lapidarie parole: Un processo giudiziario si conclude con l'assoluzione o con la condanna, temporalmente definite. I processi politici non hanno limiti di tempo né di materia. Né di persone.

È il 29 giugno del 2000, sette anni dopo l'arresto, quando la Corte d'appello di Milano assolve Franco Nobili, ex presidente della Cogefar e poi presidente dell' Iri, dal reato di corruzione per le tangenti Enel. Precedentemente era stato assolto anche per altri fatti su cui indagavano i pm milanesi e che erano confluiti nel processo Intermetro che la cassazione aveva trasferito a Roma, la sede competente per territorio. Anche Nobili, come altri, era stato ingiustamente privato, oltre che della libertà personale, anche del suo giudice naturale.

Due processi, due assoluzioni. Sette anni dopo. Anche Nobili l'avevo incontrato due volte, nel carcere di San Vittore. Era più riservato di Darida. L'ex Ministro della Giustizia, tra un rosario e uno studio del greco, aveva trovato il modo di coinvolgermi perché aiutassi un ragazzo che era arrivato dal carcere di Torino con una spalla rotta. Naturalmente me ne ero occupata subito, avevo fatto dichiarazioni e interrogazioni al Ministro, con il risultato che i magistrati piemontesi mi avevano querelato, ma almeno il ragazzo era stato curato e scarcerato. Nobili in carcere mi aveva intrattenuto con un breve discorso per spiegarmi che affrontava con serenità quella prova, «confortato dalla scrittura e dalla preghiera». Nobili non parlava del suo processo. Ma io ricordavo la sentenza con la quale il Tribunale della libertà aveva respinto il suo ricorso. Si potrebbe sintetizzare in un solo concetto: il Presidente dell' Iri deve restare in carcere perché «è stato un perno del sistema delle tangenti senza soluzione di continuità». Il tribunale, dopo aver affermato che Nobili non sarebbe stato credibile neppure se si fosse giustificato, come avevano fatto tanti piccoli e medi imprenditori, asserendo che aveva dovuto adattarsi al sistema, aveva concluso, con rara chiaroveggenza, che il quadro complessivo delle risultanze è perfino sovrabbondante rispetto alle condizioni richieste per le applicazioni delle misure cautelari, in quanto gli indizi di colpevolezza [...] sono non soltanto gravi ma anche precisi e concordanti.

Lui vive la cella come fosse quella di un monastero, una vita monastica. Legge «la vita di padre Pio», prega, va a messa e fa la comunione. «È una prova che il Signore mi ha dato», dice, e parla con commozione delle lettere bellissime che la moglie e le cinque figlie gli scrivono, con assiduità. Lamenta solo, ma in modo sommesso, l'assenza dei magistrati. Anche lui, come tutti, è finito nel buco nero e lì è rimasto, abbandonato. Vorrebbe sapere qualcosa. Certo, se avesse qualcosa da dire, i pm si precipiterebbero da lui. Invece non è più stato interrogato dal 14 giugno. «Ma io non ho niente da ( I i re — allarga le braccia sconsolato — non posso mica inventare».

Schiacciato da questa situazione Franco Nobili rimarrà in carcere dal 12 maggio al 28 luglio 1993. E in luglio lo incontrai di nuovo, i n quella «giornata maledetta» della vigilia del suicidio di Gabriele Cagliari. Nobili era in cella con Serafino Generoso, l'ex assessore democristiano della Regione Lombardia che fu arrestato due volte e due volte assolto. Quel giorno stavo chiacchierando con Generoso (a volte si diventa amici anche così) e Nobili era sparito in quello sgabuzzino attiguo alla cella che funge da bagno e da cucina. Temevo di averlo messo in fuga, data la sua estrema riservatezza, quando lo vidi comparire all'improvviso, figura ieratica stretta in un lungo gilet sui jeans, mi fa un inchino e un accenno di baciamano. In carcere succede anche questo. Sbircio sui fogli che tiene in mano, una scrittura minutissima e ordinata. Mi dice serio: «Noi confidiamo sempre. A voi il giudizio e la capacità di intervento». Non ho più avuto occasione di incontrarlo, l'ho lasciato lì nella cella dove le mensole erano pacchetti di Marlboro incollati vicini, e la cassetta della posta una scatola stretta tra una sbarra e una forchetta, e la scrittura e lo studio luoghi della fantasia per rompere le mura della prigione. Mi ha scritto, in seguito, da libero, per ringraziarmi. Ma io non avevo fatto niente di speciale, avevo scritto qualche articolo e rivolto qualche interrogazione al Ministro per lamentare le consuete ordinarie ingiustizie.

Non tutti erano così, in quell'estate del 1993. E il sesto raggio, diventato improvvisamente una sorta di luogo del privilegio, un raggio di intellettuali, era anche miscuglio di disperazione e isolamento, riservato a coloro che nella promiscuità del carcere per diverse ragioni potevano correre dei rischi. Ricordo quel ragazzo disperato, che doveva stare lì perché il suocero era un pentito di mafia e lui rischiava la vita. O quel tossicodipendente che mi inseguiva sempre con i suoi fogli in mano per dimostrarmi che aveva diritto ad andare in comunità, e che alla fine ci è andato. Stava veramente male. Spesso c'erano transessuali, che negli altri raggi correvano il rischio di essere violentati, o anche chi le violenze le aveva compiute su bambini o su donne. Quelli insomma che, sulla base delle regole non scritte del carcere, non erano accettati e rischiavano la pelle. Come Luigi Chiatti, il ragazzo di Foligno che, abusato lui stesso da piccolo, ha violentato e ucciso un bambino. Ha due occhi bellissimi e disperati, è in cura psichiatrica. Sarà condannato prima all'ergastolo e poi a 30 anni di carcere. Fuori lo chiamavano «mostro». Io non ci sono mai riuscita.

In questa situazione si trovarono un bel giorno imprenditori, ex ministri ed ex parlamentari, manager di grandi e piccole aziende. Chiedo all'ex direttore di San Vittore Pagano se la loro presenza abbia in seguito giovato al carcere, magari tramite un'attività legislativa riformatrice. Mi risponde di no, la classe politica che subentrò a quella di tangentopoli era troppo intimorita, mi dice. Lo posso confermare io stessa. Eravamo ben in pochi, nel 1994 dopo la vittoria di Silvio Berlusconi e la sparizione dell'intero pentapartito, a insistere con la nostra attenzione al carcere, a continuare a considerarlo come un contenitore di ingiustizia.

Eppure in quell'estate tragica del '93 il sesto raggio di San Vittore pareva il Transatlantico, il mitico corridoio di Montecitorio. Incontro anche qualcuno molto arrabbiato: è Ettore Fortuna, finito nella «retata delle acque minerali» e accusato di aver illecitamente finanziato il Partito liberale e De Lorenzo. Il suo avvocato, il giovane Giuliano Pisapia, per primo nella storia di tangentopoli, ha presentato un ricorso al Csm contro Di Pietro. E lui, elegantissimo nello stile yachting club, mi racconta la cronaca degli avvenimenti che Io hanno portato lì e che rispecchiano il classico comportamento dei magistrati a quell'epoca.

Ero andato da Di Pietro per deporre spontaneamente, mi ha detto che non aveva tempo. C'è tornato il mio avvocato tre giorni dopo, lui gli ha detto che dovevo scrivere una memoria personale, con dentro i nomi, ma proprio tutti, di quelli che «sapevano». L'ho scritta. E allora lui cosa ha fatto? Ha ascoltato uno dei quelli che gli avevo citato io, poi la sera ha fatto fare al Gip il mandato di cattura contro di me senza fargli vedere la mia memoria. Poi dice che il codice non lo obbligava, che al massimo c'è un problema di deontologia. Ragazzi, io per una questione deontologica mi sono fatto due notti in carcere e mi preparo alla terza. Qui c'è un problema tra magistrati che non si passano le carte, e adesso mi arriva qui il Gip Italo Ghitti che mi abbraccia e mi dice che non lo sapeva, ma intanto io sono qui [...]. Glielo avevo detto all'avvocato di mandare una copia della memoria anche al Gip, lui mi ha detto che non si poteva perché Di Pietro si sarebbe offeso.

Si sarebbe offeso, Di Pietro. Ma non si preoccupava di «offendere». Racconti che, messi insieme su una sorta di puntaspilli, dipingono un quadro che farebbe inorridire molti padri del diritto. Ricordo le chiacchierate con Adolfo Beria d'Argentine, mentre mi parlava dell'angoscia del magistrato quando deve privare qualcuno della libertà personale o del giudice quando deve emettere una sentenza di colpevolezza che cambierà la vita delle persone. Nella storia di tangentopoli non c'è stato nessuno che si sia sentito angosciato per aver privato un cittadino della libertà personale. Anzi, spesso quei pm mostravano poca sensibilità nei confronti dei loro inquisiti. Pensavano (e dicevano) che se lo erano meritato. Quegli uomini del quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano, con la loro freddezza, spesso con il loro cinismo, hanno prodotto l'intreccio tra due grandi anomalie. Da una parte quella di un Di Pietro poliziotto, ruolo sempre prevalente sul Di Pietro magistrato, e dall'altra il forte ideologismo di quel gruppo di pm aderenti a Magistratura democratica quali erano, a Milano, Gherardo Colombo, Francesco Greco, Gerardo D'Ambrosio e lo stesso Borrelli. Il risultato ha prodotto in molti casi un atteggiamento punitivo, quasi di «revanchismo», nei confronti della classe dirigente del Paese. Nei cui confronti la sanzione andava erogata, nei casi di colpevolezza, con altri metodi, più rispettosi della Costituzione e delle procedure. E magari anche della vita delle persone.

Tra gli arrabbiati di quei giorni ho incontrato Aldo Brancher, uomo Fininvest, braccio destro di Fedele Confalonieri, accusato di finanziamento illecito ai partiti. Non lo conoscevo e neppure sapevo chi fosse. La grande stampa non si era occupata di lui. Nessuno, o quasi, aveva capito che il suo arresto era stato uno dei primi segnali contro Silvio Berlusconi. Anche se eravamo ancora nel 1993. Brancher mi aveva fermato e, da uomo intelligente, era andato subito al nocciolo della questione: Il fatto su cui loro stroncano una persona sono gli affetti. Tu qui ti accorgi che l'unico punto di appoggio, anche se prima magari ti sembrava di non averlo, sono gli affetti. Io ho detto a Colombo, lei ce l'ha una madre? Io ho una mamma di 70 anni, che vive a Belluno, a 300 chilometri da qui. Sono 20 anni che sono via da casa, è possibile che voi andiate la mattina presto con la Guardia di finanza a fare una perquisizione a mia mamma? Io questo non lo perdonerò mai.

Va il ricordo oggi, ai giorni in cui lo stesso Di Pietro, qualche anno dopo, subirà una perquisizione e si lamenterà perché erano stati svegliati i bambini, o quando al processo di Brescia balbetterà «sono una persona». Una nemesi storica che non dà soddisfazione. Ma come dimenticare l'assessore regionale della Lombardia Michele Colucci, non solo arrestato in barella, ma fatto sfilare in quelle condizioni davanti alle telecamere? Purtroppo lo spirito forcaiolo in quegli anni aveva contagiato tanti. Così Brancher, da sempre legato a Umberto Bossi, sottolineò, in quell'incontro a San Vittore, il suo disappunto per le posizioni giustizialiste della Lega: «Devo dirgliele queste cose a Bossi, che il problema della giustizia e della custodia cautelare non viene oggi sollevato per salvare il Pds, come dice lui, ma per difendere i diritti di chi non ha diritto, cioè tutti».
 



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C'è Saviano, D'Alema regista

Retroscena/ Dietro la festa del quotidiano diretto da Ezio Mauro, che si terrà dal 14 al 17 giugno a Bologna e alla quale parteciperà anche Monti (sabato 16 alle 16 sarà intervistato dal tandem Mauro-Scalfari) si nasconde in realtà un progetto a cui, secondo quanto è in grado di rivelare Affaritaliani.it, sta lavorando l'editore Carlo De Benedetti in persona. Un cantiere politico che potrebbe assumere le sembianze di una lista civica, il cui regista dovrebbe essere D'Alema. Un listone, alleato al Pd, all'interno del quale troverà spazio anche Saviano. Il candidato premier? Bersani

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