Il nuovo volto della crisi
Il nuovo volto della crisi
Se queste cose erano così evidenti, perché nessuno se n'è accorto? Elisabetta II, Regina d'Inghilterra
Questa crisi è stata provocata e ingigantita dal comportamento irrazionale di uomini bianchi con gli occhi azzurri che prima della crisi sembravano sapere tutto e ora dimostrano di non sapere nulla. Luiz Ignacio Lula da Salvi, ex Presidente del Brasile'
La «crisi finanziaria» diventa la «crisi»
I grandi sommovimenti che, ormai da tre anni, stanno scuotendo l'economia globale erano complessivamente indicati, fino all'inizio del 2009, come «crisi finanziaria', il che rifletteva l'origine prossima di questa malattia economica, descritta, nella sua dinamica, nei due precedenti Rapporti. Poco alla volta, nel corso del 2009-10 si osserva un cambiamento importante nel modo in cui politici, commentatori e mezzi di informazione si riferiscono agli andamenti congiunturali: al termine «crisi finanziaria» si sostituisce rapidamente quello, più ampio e generico, di <crisi». Non si tratta solo di stenografia del linguaggio, di economia di spazio nei titoli dei giornali e dei siti elettronici: nata in un settore molto specifico, come quello dei mutui subprime degli Stati Uniti, la crisi si è enormemente allargata e la percezione dei suoi effetti si è fortemente ampliata. Essi abbracciano ormai gli aspetti più vari dell'economia, e se ne cominciano a vedere i riflessi nelle mode, nelle culture, nei rapporti tra paesi. La crisi, in definitiva, viene sempre più ad assumere un carattere «sistemico»3, intacca tutti gli aspetti e tutti i modi di funzionare dell'economia, della politica e della società.
Sta quindi tra montando l'interpretazione, largamente prevalente dopo le prime cadute di Borsa, della crisi come »incidente di percorso» che si può rapidamente dimenticare, dopo avervi posto rimedio, per ripartire come prima. Si diffonde invece la convinzione che la crisi debba essere intesa come un importante snodo storico, non come un sussulto congiunturale. Per riprendere una metafora usata nel precedente Rapporto'', non si tratta di riempire un bicchiere che si è vuotato, ma di sostituire un bicchiere rotto che, se nuovamente riempito, continuerebbe a perdere acqua fino a svuotarsi una seconda volta. Una crisi di questo tipo, che pone in discussione la stessa idea di sistema economico globale, può essere utilmente osservata da tre diversi angoli visuali: il sistema delle regole, la distribuzione internazionale e interna del reddito, il ridisegno strategico dell'economia mondiale.
La crisi come crisi di regolazione
Continuando con la metafora precedente, il «bicchiere» è costituito dalle regole, spesso sorte per rispondere a esigenze specifiche, che però nel loro insieme finiscono per costituire un complesso coerente — oggi sovente indicato come governance — che disciplina l'economia internazionale nei suoi scambi di beni e servizi, nei suoi flussi di prodotti, fattori e mezzi di pagamento ed esercita una forte influenza indiretta sull'organizzazione delle economie nazionali.
Né la governance né la sua applicazione pratica possono essere neutrali: chi esercita il governo di un sistema, ossia ne stabilisce e ne applica le regole, ne trae una serie di vantaggi che possono essere interpretati come una “commissione» per i propri servizi'. Nei sistemi più solidi — come quello oggetto della crisi in corso — ai vantaggi di chi esercita, direttamente o indirettamente, la governance si accompagnano altri vantaggi per chi fa parte del sistema. Nel Rapporto 2009 si è illustrato il mutuo vantaggio sino-americano derivante da un meccanismo che ha consentito negli ultimi due-tre decenni alla Cina di accumulare a questi ultimi di aumentare fortemente la domanda interna. L'esperienza attuale mostra che, anche permanendo tali mutui vantaggi, i sistemi possono andare in crisi, probabilmente per difetti «strutturali», ossia per qualche contraddizione di fondo che può emergere per il mutare delle condizioni di base.
Durante la Guerra Fredda, la governance del sistema costituito dai paesi ricchi veniva esercitata dagli Stati Uniti ed era il risultato di una sorta di scambio politico, realizzato a livello internazionale e a livello interno. A livello internazionale gli altri paesi ricchi si impegnavano a usare il dollaro come moneta di riserva e a riconoscere la supremazia politico-militare degli Stati Uniti e gli Stati Uniti garantivano loro la sicurezza militare, insidiata dal blocco sovietico, nonché la continuità delle forniture e (fino al 1973) il basso prezzo del petrolio, loro fonte energetica principale', e di altre materie prime essenziali. A livello interno, esisteva nei fatti un patto sociale, che negli Stati Uniti comportava, in cambio del consenso politico, la garanzia di fatto della piena occupazione e di elevati consumi individuali e in Europa il pacchetto di garanzie dello stato sociale».
L'introduzione di più incisivi sistemi di mercato determinò l'aumento delle disuguaglianze interne di reddito e la perdita della sicurezza dei posti di lavoro, soprattutto negli Stati Uniti. Qui la risposta politica è consistita nell'espansione del credito alle famiglie, specialmente se a basso reddito6. Quest'ultima trasformazione degli equilibri originari del sistema, parte integrante dei programmi elettorali del Partito Repubblicano, si riallaccia direttamente ai mutui subprime per l'acquisto della casa, ossia, com'è noto, all'origine prossima della crisi finanziaria.
Nel corso della globalizzazione di mercato, ossia all'incirca negli ultimi trent'anni, il potere di fare e di amministrare le regole è gradualmente passato dai governi e dalle banche centrali al mercato stesso, o meglio collettivamente ai suoi principali operatori. L'efficacia dell'azione pubblica di controllo di quasi tutti i paesi si è gradualmente attenuata perché le dottrine liberiste assegnavano agli enti incaricati della supervisione e del controllo un ruolo eminentemente »automatico» e anche perché, nati in ambito nazionale, tali enti si sono rivelati poco adatti alla realtà del mercato globale. Anche gli enti internazionali, del resto, ai quali compete la supervisione ultima del sistema, soprattutto nel senso di garantire la solvibilità dei singoli stati e la funzionalità delle transazioni internazionali, hanno gradualmente perso vigore' e la loro riforma, della quale si discute inutilmente da anni, non può non implicare, accanto a importanti modifiche tecniche, anche cruciali variazioni nella suprema Per conseguenza si è creato un sistema di transazioni e di prodotti finanziari la cui logica, il cui funzionamento e le cui dimensioni sono ornaste a lungo pressoché sconosciute ai regolatori ufficiali'". Il lungo processo che ha condotto alla creazione del Financial Stability Board (l'organo f()Fmalniente incaricato della riforma) potrebbe essere ricondotto alla d()manda, apparentemente ingenua, della Regina d'Inghilterra che è Hp( >data nella prima epigrafe di questo capitolo. Esso giunse a termine con il ( ;20 di Londra dell'aprile 2009 (cfr. par. 1.2), e costituisce un tentativo di superare le resistenze al cambiamento che, per quanto spesso n11 di tecnicismi, sono sostanzialmente tentativi di mantenere lo siabis. La relativa debolezza della volontà di giungere davvero a riforme incisive e un indice sia dei progressi sia delle difficoltà nel definire, anche da un punto di vista tecnico, i lineamenti di un nuovo ordine mondiale. Alle gravi carenze conoscitive a livello macroeconomico si devono aggiungere quelle a livello tecnico-operativo. I prezzi relativamente bassi delle nuove tecnologie hanno facilitato la nascita di mercati ;Weriiiivi alle Borse ufficiali. Banche d'affari hanno creato «stagni scuri, ossia mini-Borse che permettono ai loro clienti di comprare e vendere azioni in privato senza rivelare il prezzo ai loro rivali".
L'esplosione della crisi finanziaria nel 2007 fu precisamente dovuta a ll'iniera zi( me patologica di questo universo finanziario sconosciuto il cui ammontare è, in ogni caso, almeno nell'ordine di 10-15 volte il prodotto h ,rdo mondi-ale — con le normali attività delle banche e delle società il 1.1 t izia vie. Dietro ai termini tecnici si indovina una bruciante attualitit pol il ic:1: il problema delle banche «troppo grandi per fallire» (too / in fiii/), clic ha determinato, nel corso del 2008-09, imponenti esborsi finanziari soprattutto da parte dei governi americano e britannico, nasconde in realtà un problema di primazia tra enti governativi e grandi operatori Finanziari. Poteva sembrare che i salvataggi di grosse banche avessero definitivamente chiuso la questione in favore del controllo pubblico, ma, di fatto, l'attacco al debito sovrano di paesi certo non trascura bili (cfr. par. 1.3) ha rimesso tutto in gioco.
La I('IR13 inviata al G20 in occasione della riunione di Toronto del giugno 2010 (1;1 Mario Draghi nella sua qualità di presidente del Financial Stability Board sintetizza in maniera estremamente chiara questo stato di cose'2. Draghi individua quattro «aree centrali di riforma»:
1) rafforzamento del capitale bancario e degli standard di liquidità;
riduzione dell'azzardo morale di alcune istituzioni importanti a li 3) miglioramento dei mercati dei derivati;
necessità di affinare le strutture degli incentivi e la trasparenza. Tale lettera delinea un ampio orizzonte in movimento e individua nel G20 di Seoul, del novembre 2010, il punto di svolta. Al momento di chiudere questo Rapporto, la fase preparatoria di quell'incontro sembra avvolta da un'atmosfera cli poca concordia e di grande incertezza.
La crisi come ridistribuzione del reddito
L'incertezza sulle regole sta cambiando rapidamente il sistema economico globale, anche perché la rottura del bicchiere della precedente iiietafora è, tra l'altro, dovuta alla velocissima estensione dei nuovi modi di produzione e al mutamento del peso produttivo dei vari gruppi di paesi ricordati nell'Introduzione. Si può andare incontro a una gigantesca ridistribuzione di reddito sia a livello internazionale, dai lavoratori dei paesi ricchi a quelli dei paesi poveri, sia a livello interno, nei paesi emergenti, dal capitale al lavoro. La ragione di questa doppia ridistribuzione appare legata all'impossibilità di «immettere» a comando nuovi lavoratori sul mercato per tener bassi i salari come si sono immessi migliaia di miliardi cli dollari per salvare le istituzioni finanziarie a rischio.
Quest'impossibilità fa sì che i salari comincino a crescere nei paesi meno ricchi: non si trova più tanto facilmente il giovane laureato in( liano in fisica o elettronica da assumere a 800 euro al mese, imposte e contributi compresi. E i giovani cinesi con un titolo di istruzione secondaria si ribellano di fronte alla prospettiva dell'antica paga dei padri operai che sanno appena leggere e scrivere, come si è compreso nella wimavera-estate del 2010 quando sono stati concessi cospicui aumenti ..alariali in un gran numero di fabbriche cinesi, specialmente quelle di i )1.c )prietà straniera.
II Foxconn Technology Group, il maggior produttore mondiale di componenti elettronici, con sede nell'isola di Taiwan e un numero diflicile da calcolare — ma comunque nell'ordine di diverse centinaia di migliaia — di dipendenti sparsi per il mondo, ha dovuto cedere alle presdoni dei lavoratori e varare d'urgenza, nel giugno 2010, aumenti salai i. i I i medi del 30 per cento per i propri dipendenti cinesi. Anche la vertenza relativa allo stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco si inquaIra, sia pure in maniera diversa, in questo schema: la Fiat è disposta a iportare in Italia una serie di lavorazioni svolte nei suoi stabilimenti riduzione formale del salario ma una serie di condizioni lavorative (turni di notte, di sabato eccetera) e normative (rinuncia agli scioperi) che rendono più gravosa, e quindi meno attraente, l'attività lavorativa. L'alternai iva è la chiusura dello stabilimento o in via preventiva, per una precisa volontà dell'azienda, oppure, indipendentemente da tale volontà, per le condizioni mondiali del mercato dell'auto che porrebbero fuori mercato i prodotti di quello stabilimento.
LI «ferrea legge dei salari», attribuita a David Ricardo13, stabiliva che la retribuzione dei lavoratori tende sempre a collocarsi in prossimità di un sakilio considerato dai lavoratori stessi come minimo indispensabile per la sussistenza. Tale minimo certo si alza nel tempo ma lascia poche speranze di recuperare i divari di reddito tra i lavoratori dipendenti e le altre componenti sociali. Ai lavoratori dipendenti dei paesi emergenti i consumi «moderni», legati a Internet e ai telefoni cellulari, appariranno irrinunciA bili e questo comporterà un aumento delle loro retribuzioni, mei à re i lavoratori dipendenti dei paesi ricchi saranno più inclini che in passato ad aumentare l'orario di lavoro a parità, o quasi, di retribuzione, essendo attualmente dotati di tempo libero in eccesso rispetto alle loro capaciti di spesa. Si dovrebbe realizzare, in tempi lunghi, un netto avvicifri mento dei redditi dei lavoratori dei due gruppi di paesi e forse solo .illora si potrà parlare di uscita dalla crisi. Tale avvicinamento risulta accelerato anche dal fatto che le leggi finanziarie varate nel 2010 nei paesi ricchi prevedono tutte il taglio di servizi pubblici gratuiti o semigratuiti (li cui soprattutto usufruiscono i cittadini a redditi bassi o medi. La con( li zioile dei lavoratori tende inoltre a peggiorare da un punto di vista qualitativo: si offrono contratti a tempo determinato anziché contratti a vita.
Tutto ciò appare destinato a realizzarsi a meno dell'improbabile ipotesi (li fortissimi aumenti di produttività nei paesi ricchi, in grado di far salire sia la paga dei lavoratori sia il loro numero. Purtroppo sta succedendo proprio il contrario: in termini relativi, nei paesi ricchi la produttività del lavoro cresce molto meno rapidamente dei paesi emergenti, per i (111.11i gli investimenti rappresentano una quota sul prodotto nettamente superiore.
Per i paesi ricchi, l'impossibilità di colmare il divario nei tassi di crescita, anzi la probabilità di un suo ampliamento, può implicare la tentazione di un rigetto, più o meno radicale, dei meccanismi del mercato globale, con la loro crescente libertà di scambio. Quest'eventualità appare così strana alla maggior parte degli esperti da non essere presa in considerazione ma, in realtà, occorrerebbe considerarla con maggiore elettori — o magari in dimostranti arrabbiati che protestano contro chiusure d'impianti e trasferimenti di produzioni — potrebbero cercare di imporre una maggiore tassazione sui redditi da capitale e sui capitali stessi (realizzando così una maggiore uguaglianZa interna) e/o barriere protezionistiche contro le importazioni dei beni e servizi prodotti dai loro colleghi dei paesi meno ricchi (cfr. par. 3.1). Il progetto di legge americano per nuovi dazi doganali sui beni cinesi per controbilanciare i in cambio ritenuto troppo basso va in questa direzione.
La crisi come ridisegno strategico dell'economia mondiale
Alle ondate protezionistiche e alle pressioni per una maggiore tassazione (lei redditi da capitale all'interno dei paesi ricchi fa da contrappunto un tessuto produttivo globale sempre più interconnesso: la delocalizzazione della produzione dai paesi ricchi ai paesi emergenti crea, infatti, una dipendenza dei primi rispetto ai secondi. Le imprese che hanno diversificato per ridurre i costi potrebbero ritrovarsi ‘‘schiave» dei loro fornitori, ormai ( liventati monopolisti nella produzione di componenti, i quali potrebbero alzare fortemente i prezzi determinando una spinta inflazionistica non trascurabile all'interno delle economie ricche. Contemporaneamente, i principali paesi emergenti (Cina, India, Brasile) hanno appreso gran parte delle sofisticate tecniche produttive e gestionali dei loro fornitori occidentali e creato le proprie società multinazionali: per questo, sono assai meno «schiavi» dei loro fornitori appartenenti ai paesi ricchi.
Un primo caso di questa «dipendenza dai fornitori» si verificò negli Stati Uniti quando le pressioni dell'industria elettronica indussero il Presidente Reagan ad abolire i dazi appena imposti sui componenti elettronici giapponesi, in quanto i produttori americani di computer non potevano trovare altrove un analogo volume di componenti di pari qualità e prezzo. Ora lo stesso problema si pone in un numero crescente (li settori tra i produttori dell'Asia dinamica e il resto del mondo.
Il ridisegno strategico dell'economia mondiale deriva inoltre dalla diversa intensità con la quale la crisi è stata percepita nei vari gruppi di paesi. La figura 1.1 mostra che la caduta produttiva delle economie Avanzate è risultata più profonda (con punte di —8 per cento tra un trii i iestre e quello precedente) e più lunga di quella delle
Di questo passo, un nuovo profilo produttivo dell'economia mondiale sta emergendo con estrema rapidità: dai dati dell'aggiornamento del 7 luglio 2010 del World Economie Outlook del Fondo Monetario Internazionale si ricava che, posta pari a 100 la produzione industriale di inizio 2007, i paesi emergenti (aggregazione che comprende le economie più dinamiche del mondo e circa i due terzi della popolazione mondiale) erano arrivati a quota 125, mentre i paesi avanzati non avevano ancora raggiunto i livelli iniziali e si collocavano attorno a quota 90.
L'economia mondiale riprenderà la sua corsa, ma questa corsa si svolgevi largamente in quell'«Asia dinamica« che va dalla Corea del Sud all'India, dalla Cina alle «tigri« dell'ASEAN, l'associazione, sempre più attiva, che comprende paesi quali Indonesia, Filippine, Malaysia e Thailandia. Per il 2010 le previsioni del Fondo Monetario Internazionale sulla crescita della produzione parlano di incrementi del 2,6 per cento dei paesi ricchi contro il 6,8 per cento dei paesi emergenti e di quelli in via di sviluppo. L'Asia dinamica dovrebbe totalizzare il 9,2 per cento con punte del 10,5 per cento per la Cina. Bastano pochi anni a questi ritmi per cambiare la mappa produttiva del mondo.
Nel suo notissimo saggio Lo scontro delle civiltà, il politologo americano Samuel Huntington sostenne che molto spesso siamo inclini a chiamare «globale« ciò che è soltanto «occidentale«. Questa visione miope può forse essere applicata alla crisi attuale che ci piace chiamare “globale», mentre forse è solo o soprattutto «occidentale«. La seconda epigrafe di questo capitolo riporta una citazione dell'ex Presidente brasiliano Ignado Lula che chiama in causa la sostanziale identificazione tra «occidentale» e «globale» nell'innesco della crisi stessa. Essa potrebbe concludersi con la fine di questo legame, con lo spostamento strutturale del baricentro dell'economia mondiale verso le rive asiatiche dell'Oceano Pacifico e dell'Oceano Indiano. Anche perché i paesi occidentali hanno sostanzialmente sprecato un'importante occasione di rinnovamento, come si potrà vedere qui sotto.


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