L'ossessione vista da Fabio Viola? Sospesa tra Kafka e David Lynch...

Mercoledì, 17 novembre 2010 - 12:33:00

LO SPECIALE

Libri

Speciale libri/ Scrittori, editori, editor, classifiche, interviste, poltrone, recensioni, brani in anteprima, blog, e-book, riviste online, notizie, curiosità, anticipazioni. Su Affaritaliani.it tutto sull'editoria

Un romanzo sull’ossessione inquisitoria che pervade TV e società. Un noir metafisico e una radiografia dell’inconscio odierno e del suo vuoto. La storia di un’inchiesta sui generis, in bilico fra Kafka e David Lynch. Così Ponte alle Grazie lancia "Gli intervistatori", il romanzo di Fabio Viola del quale Affaritaliani.it pubblica in anteprima l'incipit (vedi in fondo, ndr)

'

IL LIBRO - Uomini invisibili dalle voci metalliche rapiscono italiani qualunque per sottoporli a uno strano processo: c’è chi vede un filmato in cui muore, chi le prove delle proprie relazioni clandestine, chi immagini del proprio posto di lavoro o dell’intimità familiare. Gli intervistatori sanno ogni cosa eppure hanno comunque molto da domandare, sgangherati e crudeli giudicano e condannano tutti: è il giudizio universale di un’Italia di palestre e baretti, parcheggi a pagamento e case di vecchie zie con il televisore sempre acceso, un’Italia volgare e individualista, nervosa e disperata. Gli intervistatori arrivano da un vuoto inconoscibile di ministeri e servizi deviati: uccidono o fanno perdere il senno o mettono in fuga per le strade di un centro-sud metafisico e attualissimo, dove la memoria è sostituita dai souvenir dell’autogrill, le strade non portano da nessuna parte, non c’è sentimento di fraternità né forse possibilità di riscatto. Solo Ivano, malcapitato finanziere di Frosinone, tenterà di fuggire, di resistere a questo complotto escatologico: un «complotto che sembrava mirare a un generico controllo/smantellamento di tutto».
Grazie a una voce sospesa tra candore ed orrore, a una scrittura in perfetto bilico fra umorismo e follia, Fabio Viola ci cattura d’un fiato nel più assurdo dei nostri incubi, l’incubo italico di cui, anche quando sembriamo innocenti, siamo ad ogni istante tutti colpevoli.

L’AUTORE - Fabio Viola è nato a Roma nel 1975. Ha partecipato alle antologie Sono come tu mi vuoi. Storie di lavori (Laterza, 2009),Voi siete qui (minimum fax, 2007) e Al di là del fegato (Coniglio, 2006). Ha curato l’antologia Effetti Collaterali (Giulio Perrone Editore, 2006) e, insieme a Cristiano de Majo, ha scritto Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo inventato (minimum fax, 2008). Ha pubblicato racconti e reportage su Accattone e Il Maleppeggio.

IN ANTEPRIMA SU AFFARITALIANI.IT LE PRIME PAGINE DEL ROMANZO
(per gentile concessione dell'editore)

La vigilia del suo trentaseiesimo compleanno, intorno alle 18,40, Giordana Trecase fu avvicinata da due uomini in jeans emaglietta neri. Si trovava in prossimità delle strisce pedonali all’incrocio tra via Tuscolana e via di Vermicino a Roma. Era appena uscita dalla palestra in cui lavorava ed era diretta a casa. Stava digitando il testo di un sms sul suo cellulare. Uno dei due uomini le tappò la bocca con una benda umida mentre l’altro uomo, che le era di fronte e aveva ciuffi di capelli neri a coprirgli gran parte del volto, la prese per una mano tirandola verso la vettura bordò parcheggiata lì accanto. Poco prima di perdere i sensi, Giordana vide la sommità di un albero stagliarsi netta contro l’unica nuvola presente in cielo in quel momento, e pur senza capire alcunché pensò che fosse un bene che stesse morendo proprio così. Morire così e in quel momento, in una strada puntellata di case condonate. Poco dopo Giordana riacquistò conoscenza. Era immersa nell’oscurità, seduta su qualcosa di metallico che, a giudicare dalla presenza alle sue spalle di uno schienale inclinato, potevaessere una larga sedia da bar. Dall’umidità che sentiva sotto  le cosce e dall’odore dolciastro nel naso, Giordana si rese conto di essersi urinata nei pantaloni. Non sapeva in che genere di luogo si trovasse, ma dopo qualche istante – giusto il tempo di far passare uno sgradevole formicolio alle gambe e poi di provare ad alzarsi – capì di essere incatenata alla sedia. Provando a muovere i piedi Giordana constatò che erano serrati uno all’altro dalle caviglie. Anche le caviglie avevano preso a formicolarle e a farle male. Non sentiva male solo se le teneva perfettamente immobili e perpendicolari al pavimento. Il sangue deve circolare, pensò Giordana, meglio se sto ferma così. C’era una specie di silenzio. Non il silenzio sordo degli sgabuzzini o degli appartamenti vuoti. Si trattava di una risonanza, come quella della sua palestra la sera, dopo che tutti gli allievi se n’erano andati e lei doveva solo chiudere la porta che dava sul parcheggio, farsi la doccia, spegnere le luci e andarsene. Non sempre se ne andava subito però. A volte a Giordana piaceva fermarsi qualche minuto nella penombra dell’ampia sala ad ascoltare il rumore dell’aria che ancora impercettibilmente vibrava delle voci di poco prima. Quel suono l’accompagnava fino alla doccia. Qualche istante dopo Giordana sentì qualcosa. Un suono che si insinuava nel silenzio risonante e che probabilmente era la causa della risonanza. Sembrava il rumore di un macchinario lontano. Per deformazione professionale immaginò istintivamente un tapis roulant. Poi le venne in mente suo marito Graziano. Pensò che suo marito Graziano stesse correndo sul tapis roulant da qualche parte là intorno. Poi si accorse di avere fame. L’anca sinistra le scrocchiò. Sentì uno sbocco di paura salirle dalla pancia alla gola. Accettò l’idea di essere stata rapita. Si mise ad ansimare, ma con un certo contegno, come in un film. Poco più tardi Giordana sentì un altro suono, ben più netto della risonanza di prima, tanto che le parve che avesse una cadenza precisa. Cos’è?, disse Giordana. C’è qualcuno? Poi, neanche cinque secondi dopo, il suono si ripeté e Giordana capì che si trattava di una voce.Non di una voce umana però. Piuttosto della voce di un robot, o di un computer. Una voce sintetica. «Buonasera, signora Trecase» disse la voce. «Chi è?» «Non è ilmomento delle domande per lei, signora Trecase». «Perchémi avete portata qui? Io non ho soldi» disseGiordana con una calma quasi fuori luogo. «Lei pensa subito ai soldi.Qui i soldi non c’entrano, signora Trecase». «E allora perché?» «Vogliamo che sappia che apprezziamo il suo atteggiamento, signora Trecase». «...» «Ora per favore chiuda gli occhi». Giordana chiuse gli occhi come le era stato ordinato e tra le palpebre serrate avvertì l’arrivo della luce. Poi la voce le ordinò di aprire gli occhi molto lentamente o le avrebbero fatto male.Giordana aprì piano l’occhio sinistro, quellomenomiope, e lasciò che la luce filtrasse dapprima attraverso le ciglia, poi nello spiraglio che con cautela andava allargando. Una
volta aperto anche l’altro occhio Giordana si trovò al centro di un cono di luce che disegnava un cerchio perfetto attorno alla sua sedia. Al di fuori del cerchio non distingueva nulla. «Dovemi trovo?» chiese. «Guardi di fronte a sé per favore». A pochi metri Giordana vide accendersi un televisore. Era un vecchio Mivar da 14 pollici, uguale a quello che lei e suo marito tenevano in cucina. Non si vedeva molto bene, ma via via le immagini si fecero più nitide. Sembrava un filmino amatoriale, era tutto un po’ sgranato e la mano era instabile. L’esterno di una chiesa ripreso dal marciapiede opposto. Il traffico in strada era intenso. Poi le porte della chiesa si aprirono e una ventina di persone ne uscirono, la maggior parte sorridenti, alcuni con i fiori inmano.Giordana trasalì quando riconobbe suo padre. Era giovane. Lo videmuoversi dinoccolato tra la gente, stringere alcune mani, baciare alcune donne. Una delle donne era Patrizia, la zia di Giordana. Sua zia indossava un completo color crema o grigio chiaro. I colori erano poco definiti. «Cos’è questo?» chiese Giordana. Nel televisore intanto era comparsa lei, Giordana, vestita di bianco con una coroncina di fiori bianchi sulla testa, teneva in mano un piccolo bouquet anch’esso bianco. Aveva nove o dieci anni. Sorrideva a tutti e tutti tentavano di avvicinarsi a lei per darle un bacio. Sua zia Patrizia era riuscita a farsi largo e a raggiungerla per prima, le aveva preso il viso tra le mani e le dava baci sulle guance chiare e lisce dicendole qualcosa. Giordana non riusciva a sentire le parole della ziama se le ricordava. «Si ricorda di quel giorno, signora Trecase?» «Sì». «Le va di raccontarcelo?» «Ditemi cosa volete dame». «Le va di raccontarci di quel giorno?» Giordana riprese a osservare le immagini della sua prima comunione sul televisore. La telecamera si avvicinò alla chiesa. Ora si potevano distinguere meglio i volti. Gemma e Cristina, le sue cugine. Zio Augusto e ziaGiovanna. I nonni. Lucio, il suo vicino di casa. Altre persone familiari. Di nuovo suo padre, che ora la teneva per mano e si faceva le foto con lei. Tra una foto e l’altra le dava un bacio sulla fronte, o l’accarezzava. Suo padre era alto il doppio di lei. Era l’unico senza cravatta. La telecamera si era avvicinata ancora, fino a pochi metri dal gruppo... (continua in libreria)

0 mi piace, 0 non mi piace
Fai di Affaritaliani la tua HomePage
Iscriviti alla Newsletter
Mobile
Seguici su facebook
Rss
Twitter
Google
Internet Explorer
inEVIDENZA
michelle polverini
Cool-tura

"Polverini fascista e Ornaghi..."
Giulia Crespi contro i politici

"Polemizzo con tutti i 'padroni del vapore' e anche con l'attuale ministro Ornaghi: pensa solo a rosari e crocifissi e sembra non avere colto diversi problemi. Quest'anno per la gestione dei Beni Culturali sono stati stanziati 87 milioni di euro mentre ce ne vorrebbero 450".

A margine della sesta edizione de I luoghi del cuore, il censimento nazionale promosso dal FAI in collaborazione con Intesa Sanpaolo (madrina Michelle Hunziker), Giulia Maria Mozzoni Crespi (Presidente onorario Fai) attacca la politica che non si cura dei "beni culturali" e soprattutto dei tesori naturali e ambientali che fanno la ricchezza reale del Paese. Poi se la prende con Passera e con la Polverini per la costruzione di una discarica a Villa Adriana a Roma: "Si comporta da fascista". GUARDA LA VIDEO-INTERVISTA

Anche Giovanni Bazoli ha un luogo del cuore: "Una chiesa vicino al Teatro alla Scala, un luogo a cui non riesco a rinunciare quando vengo a Milano..."

Guarda avanti

Investi nel futuro della tua famiglia con la casa giusta per te
Scopri come

Prima rata gratis

Un prestito per il tuo futuro? Trovalo subito
SCEGLI PRESTITÒ

Auto usate

Stai cercando l’auto dei tuoi sogni? Scoprila subito.
Cerca adesso