Bacchettate/ Oltre il 60% del listino a rischio ricapitalizzazione. Ma...

Martedì, 10 marzo 2009 - 08:00:00

LO SPECIALE DI AFFARI

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L’esercito delle “penny stock” si allarga a macchia d’olio a Piazza Affari come sui principali listini mondiali, a causa dell’emergere dei meccanismi perversi che per anni hanno consentito ai principali gruppi finanziari mondiali come AIG di offrire una copertura a istituzioni meno solide (attraverso le ormai famigerate “monoline”) e a gruppi  bancari e industriali di iscrivere in bilancio “avviamenti” per miliardi di euro (solo in Europa si conta qualcosa come 270 miliardi di asset “intangibili” a bilancio), della cui effettiva consistenza  ormai in molti dubitano pesantemente.

Una situazione che rischia di essere insostenibile e che richiederà, complice la crisi economica, di procedere oltre che a nuove svalutazioni ad ulteriori ricapitalizzazioni, pur con tutte le difficoltà che il momento presenta, come si è visto dal caso di UniCredit, che proprio a partire dal lancio di una ricapitalizzazione da 3 miliardi di euro ha visto le quotazioni del titolo avvitarsi al ribasso. Altri candidati come Fiat o Tiscali hanno ampiamente scontato tali ipotesi a volte definite “bizzarre” (ma che bizzarre, stante la debolezza della domanda, non appaiono affatto). Altri ancora come Banco Popolare stanno pagando l’ipotesi di interventi a sostegno delle proprie partecipate (Banca Italease) o ulteriori manovre di finanza straordinaria.

Nel complesso, si sussurra ormai a Piazza Affari, almeno il 60% delle società quotate a  Milano avrebbe bisogno, ma non osa, di bussar soldi al mercato per rafforzare il patrimonio a livelli tali da ristabilire la fiducia ormai infranta dopo mesi di “turbolenze dei mercati”. A passare in rassegna i potenziali questuanti si andrebbe da giganti come Telecom Italia o Enel, fino a small cap come Pininfarina o Cell Therapeutics, da Pirelli Re a Risanamento fino a Ipi, passando per decine di altri nomi e per quasi tutti i principali comparti e con l’eccezione di pochi gruppi, come Parmalat o Caltagirone, dotati di robuste liquidità (che anzi potrebbero preludere a qualche acquisizione in un prossimo futuro).

Ma gli azionisti di controllo di questi gruppi cosa fanno? In generale si guardano bene dal tirar fuori altri soldi (in qualche caso, come per Fiat, a costo di riaprire la diatriba mai sopita tra coloro che sono favorevoli a proseguire nel business “storico” dell’auto e quelli sempre più propensi a vendere il tutto e semmai puntare su nuove attività) ed anche per questo tentano di prendere tempo, salvo magari lanciare prestiti obbligazionari (eventualmente convertibili come i cashes di UniCredit).

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