Bacchettate/ Opec divisa su taglio alla produzione petrolifera, il braccio di ferro è politico
E’ ancora il petrolio la pistola puntata alla tempia dell’economia di Usa e Ue: Iran e Venezuela tornano infatti a fare pressione perché l’Opec a settembre tagli nuovamente le quote produttive, sottolineando come ormai il greggio si sia portato dal picco di 142 dollari al barile, giudicato “ancora lontano” dal “vero” valore di questa materia prima, a “soli” 115 dollari al barile. Un affronto, tanto più che la perfida Arabia Saudita, filo-statunintense, anche a luglio ha pompato per il terzo mese consecutivo più di quanto formalmente assegnatole dall’organizzazione viennese che riunisce i primi 15 produttori mondiali di oro nero. 
Ciò nonostante, secondo quanto riferito all’agenzie Reuters dal presidente dell’agenzia nazionale petrolifera libica, Shokri Ghanem, l’organizzazione, pur monitorando attentamente l’andamento dei prezzi, non dovrebbe prendere alcuna decisione. Una rassicurazione che serve sicuramente a marcare una volta di più le distanze tra la Libia dagli altri avversari politici degli Stati Uniti. Il tutto mentre la Russia di Putin (che nessuno ha il minimo sospetto su chi detenga realmente le leve del potere a Mosca) continua a rassicurare a parole ma a difendere con carri armati e missili balistici i propri interessi nell’Ossezia del Sud, regione strategica per completare la manovra a tenaglia sulle reti distributive di gas e petrolio per l’Europa.
Giorno dopo giorno, insomma, emerge in tutta la sua evidenza come l’oro nero e le sue oscillazioni non siano tanto determinate dagli “avidi speculatori” che alcuni politici, anche in Italia, hanno voluto vedere come principale forza al lavoro nella lunga stagione di rialzi delle quotazioni del greggio, quanto da decisioni politiche di natura strategica. Di fronte alle quali l’Europa rischia di dimostrarsi ancora una volta il ventre molle dell’Occidente, sia per l’incapacità di organizzare una risposta politica (e occorrendo militare) unitaria, sia per la maggiore dipendenza rispetto agli stessi Usa dal petrolio e dal gas come fonti energetiche.
La speranza è ora che la pausa nella corsa al rialzo dei prezzi, legata anche al rallentamento economico in atto, possa durare almeno sino all’insediamento della nuova amministrazione americana e consenta anche all’Europa di mettere a punto, sia a livello di singoli paesi sia a maggior ragione a livello comunitario, una nuova politica energetica. Altrimenti saranno dolori e non solo per i bilanci delle maggiori compagnie energetiche occidentali.



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