Fashion/ Sempre più ingarbugliata la vicenda Mbfg, non si sblocca il braccio di ferro tra banche e Burani
Prosegue senza soluzione il confronto tra banche creditrici e la famiglia Burani sul destino di Mariella Burani Fashion Group. Se i soci di quest'ultima hanno approvato la ricapitalizzazione necessaria a garantire la continuità aziendale messa in forse dal continuo accumulo di perdite (160 milioni di euro nei primi nove mesi dell'anno) e da un debito di 480 milioni di euro, i Burani fanno infatti orecchie da mercante alle richieste delle banche di versare "incondizionatamente" i 50 milioni di euro promessi in caso di accordo sulla ristrutturazione del debito medesimo.
Insomma, le banche, UniCredit e Intesa Sanpaolo in testa, non vogliono fare sconti se i Burani non faranno la loro parte, i Burani, affidatisi a Mediobanca per sbrogliare la matassa, non vogliono mettere altri soldi nell'impresa se le banche non faranno loro un robusto sconto (i Burani chiederebbero alle banche di rinunciare a 120 milioni, convertirne altri 60 milioni in capitale e rinegoziare la parte restante del debito), nel mezzo come spesso accade stanno i circa 2.200 lavoratori che rischiano di veder portati i libri in tribunale, anche perché sia pure con un certo ritardo anche la Consob (dallo scorso giugno, rispetto a una crisi i cui primi segnali si avvertivano già nel 2006) ha acceso un faro sulla vicenda avviando un'ispezione sui conti del gruppo, alla ricerca di eventuali irregolarità, mentre in Borsa i titoli restano sospesi, impedendo ai piccoli investitori incappati in questa vicenda ogni possibile via di fuga.
Al di là della crisi del settore e dell'azienda, ciò che colpisce della vicenda è che in essa sembrano replicarsi errori gestionali che in questi decenni sono ripetutamente venuti alla ribalta nelle cronache economiche italiane. Accanto a imprenditori che sanno approfittare dei momenti buoni per chiedere soldi al mercato attraverso una pletora di collocamenti (a Milano e a Londra) di società dagli stessi controllate, ma non intendono "cacciar fuori soldi" in caso di crisi e a manager che non riescono (come dimostrano i risultati, in particolare per quanto riguarda il livello di capitale circolante, sempre elevato, la redditività pressoché nulla, inferiore all'1% del fatturato, e l'autofinanziamento costantemente negativo) a trovare una soluzione a una crisi che si trascina già da un triennio, recitano il loro ruolo banche che sembrano voler chiudere gli occhi (nonostante dovrebbero essere loro per prime a disporre di strumenti di risk management e di valutazione dell'affidabilità dei debitori) fino a quando non è più possibile evitare il riscontro con la realtà.
I vecchi media fanno la loro parte, ignorando le vicende per quieto vivere specialmente quando riguardano potenziali inserzionisti pubblicitari, salvo poi gettarsi a capofitto all'inseguimento di qualche possibile "scoop" che raramente serve a fare chiarezza sulla vicenda. Anzi, in queste ore è buio fitto, con ipotesi (immobili strumentali che verrebbero dati a garanzia in cambio della liquidità che verrebbe fornita da un "misterioso finanziatore" che potrebbe essere, oppure no, la famiglia Burani stessa) la cui fondatezza non si riesce a verificare. La commedia a questo punto è completa e si aspetta solo che cali il sipario, possibilmente con una soluzione in grado di non far perdere al paese un altro pezzo pregiato del "made in Italy". Sempre che qualcuno creda che lo sia ancora.



Take away, vince l'italianità
Ed ecco le pizze inter-culturali
In quanto a pizza, la margherita si contende il podio con la pizza col salamino e la pizza con i funghi, seguono la pizza siciliana e la romana. Le più originali? Sono le pizze inter-culturali: pizza kebab, pizza shawarma e pizza Hawaii. La ricerca
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