Bacchettate/ Gli Agnelli hanno necessità di cassa, anche Exor distribuisce dividendi nonostante le perdite
Repetita adiuvant, ma in certi casi l'aiuto non pare per tutti ma solo per alcuni: dopo le polemiche sorte per la decisione del gruppo Fiat di pagare un dividendo per complessivi 243,7 milioni di euro nonostante un bilancio chiuso in perdita per 800 milioni di euro, chissà se qualcuno noterà che anche Exor, la holding attraverso la quale i discendenti dell'Avvocato continuano a mantenere (per ora) il controllo sul produttore automobilistico torinese, ha deciso di distribuire un dividendo complessivo di 67,9 milioni di euro (rispetto agli 81 milioni distribuiti l'anno prima) nonostante un bilancio consolidato chiuso con una perdita di 388,9 milioni (il 2008 si era chiuso con un utile consolidato di 435,4 milioni).
Certo, il bilancio individuale di Exor Spa ha evidenziato un utile di 88,8 milioni (rispetto ai 333 milioni del 2008 pro-forma), per cui John Elkann non dovrà prodursi nelle stesse acrobazie con cui Sergio Marchionne ha dovuto giustificare la decisione del Lingotto e la borsa nel complesso soddisfatta (il titolo guadagna lo 0,75% a fronte di indici stabili), ma in un periodo in cui si continua a parlare della necessità di rafforzare la patrimonializzazione di aziende e istituti di credito per evitare il ripetersi di crisi come quella degli ultimi due anni, non si capisce quale creazione di valore per gli azionisti possa esservi dietro tale scelta.
Almeno non per tutti: distribuire dividendi significa far scattare l'aliquota (12,50%) sui proventi distribuiti, nel caso opposto l'eventuale plusvalenza (dovuta anche alla capitalizzazione degli utili non distribuiti) verrà tassata, sempre al 12,5%, solo al momento del realizzo (nel regime della dichiarazione e in quello del risparmio amministrato, mentre per il risparmio gestito la plusvalenza viene tassata a livello di risultato complessivo del fondo e già trattenuta dalle società di gestione, essendo il valore delle quote calcolato quotidianamente al "netto" di tale prelievo).
Insomma, distribuire il dividendo può essere "doveroso nei confronti degli azionisti" come già sostenuto da Marchionne, se gli azionisti (della casata Agnelli o meno) hanno necessità di cassa che prevalgono rispetto all'interesse a veder crescere il valore della loro partecipazione nell'azienda quotata. Il che è quanto sovente succede nel capitalismo familiare italiano, storicamente "povero" di capitali e sempre pronto a spremere il più possibile le fonti di reddito a livello personale. Tanto che uno dei motti più celebri per definire il nostro modello economico è quello per cui a "imprenditore ricco" corrisponde puntualmente una "azienda povera", con buona pace degli azionisti (di minoranza) che avessero idee differenti al riguardo.



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