Bacchettate/ A Draghi non è bastata l'aspirina. Avesse ascoltato Tremonti...

Mercoledì, 1 ottobre 2008 - 16:21:00

IPSE DIXIT

"Un'aspirina per una malattia grave". Così Giulio Tremonti, il 19 aprile scorso, definiva il piano del Financial Stability Forum, guidato dal governatore Mario Draghi, per fare fronte alla crisi finanziaria. "Nelle sue conclusioni - sottolineva l'allora ministro in pectore - non c’è mai la parola nazionalizzazione. Si omette così il passaggio più significativo. Dove si fa l’elenco degli strumenti da utilizzare si parla di iniezione di liquidità e di altre cose fumose. Ma il rapporto è reticente sulla parola chiave, aiuti di Stato. Non si parla di salvataggi. E se un rapporto del genere non parla di cose reali, come le nazionalizzazioni che sono state fatte e si faranno ancora, siamo di fronte a quel tipo di cultura, di tecnica, che non basta più per gestire cose che sono cambiate. Verso un nuovo mondo non si può andare con idee e strumenti vecchi".

Le tensioni che si sono verificate sul mercato borsistico italiano in questi ultimi giorni “prendono le mosse dalla crisi del mercato immobiliare negli Stati Uniti, che ha di recente contagiato anche istituzioni finanziarie europee”. Lo ricorda oggi il ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, parlando in una nota di “tensioni del tutto ingiustificate alla luce della solidità patrimoniale e della soddisfacente situazione di liquidità di tutte le principali banche italiane”.

Tremonti si è inoltre impegnato, di concerto col Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, “al fine di proteggere il mercato italiano da attacchi di natura speculativa che trovano alimento dal perdurante clima di incertezza del sistema finanziario internazionale”, ad adottare “le misure necessarie per garantire la stabilità del sistema bancario ed a difendere i risparmiatori”.


Il ministro Giulio Tremonti e il Governatore Mario Draghi

 
Impegno tanto più ammirabile, in quanto giunge dopo che lo stesso Tremonti aveva vanamente ammonito sulla serietà di una crisi che si andava profilando e che invece Draghi era sembrato prendere un poco sottogamba, parlando ancora pochi mesi or sono di una semplice “turbolenza” dei mercati finanziari, quasi che tale turbolenza non dovesse avere conseguenze sull’economia reale statunitense e da lì non rischiasse di tracimare ulteriormente in Europa e in Asia.

Per sottovalutazione da parte di Via Nazionale o perché consci, anche in via XX Settembre, della relativa marginalità delle banche italiane rispetto al panorama finanziario mondiale (non a caso la crisi colpisce duro Unicredit, unico gruppo veramente globale nel panorama bancario tricolore), fatto sta che le autorità italiane sinora si sono limitate a sorvegliare “gli indicatori di solvibilità elaborati dal mercato e da esso continuamente aggiornati” e a lanciare messaggi rassicuranti.
 
Un po’ poco, visto che la accresciuta avversione al rischio degli investitori istituzionali e l’aggressività crescente della concorrenza internazionale, spesso appoggiata dalla stampa specializzata di ciascun paese (sempre pronta a correre in difesa dei propri “campioni” nazionali) hanno finito col trascinare nella polvere gruppi italiani grandi e piccoli, a cominciare dai due leader Unicredit e Intesa Sanpaolo, senza troppo andare per il sottile, mandando in fumo decine di miliardi di euro di capitalizzazione in poche sedute.

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