Bacchettate/ I top manager bancari scoprono che oltre alla carota esiste il bastone, anche se blando
E’ poco più che simbolico, ma a volte anche i gesti hanno il loro valore: 15 dei 20 dirigenti ed ex dirigenti di AIG “beneficiati” dai bonus 2008 hanno finora accettato di restituire quanto ricevuto, rimborsando un totale di 50 milioni di dollari a fronte dei 165 milioni elargiti tra mille polemiche dall’ex leader mondiale del settore assicurativo, il cui salvataggio è finora costato 173 miliardi di dollari ai contribuenti Usa. Lo ha fatto sapere l’ufficio del Procuratore generale di New York, Andrew Cuomo, che per convincere gli ultimi riluttanti si è premurato di far sapere di non aver ancora deciso se rendere o meno noti i nomi di coloro che hanno preferito declinare e tenersi i “sudati” bonus.
Che quello dei bonus sia un tema populistico lo si è capito da tempo, visto che i costi della crisi economico-finanziaria di cui pure molti top manager mondiali si sono resi correi in questi anni si stimano in triliardi di dollari, un’unità di misura che equivale a mille miliardi di dollari (sembra di parlare del forziere di Zio Paparone), ma tant’è. Così non sembra una coincidenza che proprio oggi altri due “pesi massimi” del credito mondiale come Credit Suisse e Deutsche Bank abbiano ribadito che il 2009 sta iniziando in modo migliore delle attese e contemporaneamente abbiano ricordato di aver tagliato mediamente del 90% i compensi variabili del top management.
Fossimo in Antonio Cornacchione cambieremmo il tormentone del “povero Silvio” (che intanto ha dichiarato un reddito 2008 di “soli” 14,5 milioni di euro dai 139 milioni di un anno prima, tornando come lo stesso premier ha dichiarato “alla normalità”) in “poveri banchieri”. Certo, sempre meglio dei loro dipendenti, che in tutto il mondo non subiscono solo la riduzione dei compensi bensì la perdita del proprio posto di lavoro. Quel che è certo è che anche le banche sembrano aver riscoperto, tardivamente, il principio per cui se un top manager può chiedere (e ottenere) milioni di euro di bonus in caso di prestazioni eccellenti, lo stesso non può esimersi dal rischiare qualcosa nel caso le prestazioni della propria azienda non siano esattamente esaltanti.
E che rischino di non esserlo, nonostante qualche segnale confortante gridato ai quattro venti alcuni “big” (oltre ai due citati istituti europei avevano già dichiarato grande fiducia nell’andamento di questo trimestre anche Citigroup e Jp Morgan Chase), lo dimostra il fatto che tutti i “solidissimi” gruppi finanziari mondiali, che ovunque segnatamente respingono l’ipotesi di nazionalizzazione (salvo quando non possono farne a meno, come Lloyds Bankig Group, Rbos o AIG), continuano a cercare di cedere il cedibile, come fa Goldman Sachs, pronta a limare la quota in Industrial & Commercial Bank of China per cercare di fare cassa per almeno un altro miliardo di dollari, o a chiedere aiuti di stato, come si preparano a fare, in casa a chi può come UniCredit all’estero, le “prudenti” banche italiane.



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